Questa intervista è stata realizzata nel giugno del 2010 e pubblicata nel numero 1 della nuova edizione di Camineras, rivista di cultura e politica fondata nel 2002 dall'associazione Sotziu de sos sardos, ed ora edita da Condaghes edizioni. Pubblichiamo questa intervista in ricordo dell'ex presidente della Regione Sardegna scomparso ieri, convinti che anche dalla lettura si comprenda il suo pensiero politico. Il titolo di copertina della rivista era: Cale soberania? Autonomia, federalismu, indipendentzia
All’indomani dell’approvazione dello statuto, la DC diventò per 30 anni dominatore assoluto della scena politica regionale, costruendo de facto il modello di regione autonoma. Da quali idee autonomistiche mosse la sua politica realizzativa? Quali erano le differenze principali tra la sua idea di autonomia e quelle dei comunisti e dei sardisti, principali filoni ideali di quegli anni?
Questo è un argomento controverso, diciamo, perché è uno dei temi della polemica, direi quasi storiografica oltre che politica, tra la sinistra e la dc. Per la verità la posizione dei due partiti cambiò lungo il percorso. Inizialmente, prima delle elezioni del 48, la DC era fortemente autonomista, basta leggersi gli articoli di Antonio Segni su Riscossa: Una visione dell’autonomia molto moderna, molto avanzata. Per uno che ricorda Antonio Segni da ministro, da presidente del consiglio e poi da presidente della repubblica, viene dificile riconoscerlo in queste tematiche che andrebbero riprese. Ma questa era anche la linea della DC nazionale che era ancorata ad una visione fortemente autonomista ed era in qualche modo la visione sturziana, mentre il PCI in quel momento era più centralista, più legato al modello giacobino: uno stato centrale fortemente segnato da una volontà riformatrice di cambiamento, più facile da guidare attraverso un unico governo anziché tanti piccoli governi regionali.
Il 48 segnò un passaggio decisivo in quanto segnò le forze in campo, stabilì che la DC era il partito di maggioranza ed il PCI il partito di minoranza, di opposizione. In qualche modo le parti rivisitarono le loro posizioni: la DC divenne più prudente, quasi frenata all’idea di distribuire il potere in termini regionali ed il PCI puntò di più sulla carta autonomistica. Questo si riflettè in Sardegna immediatamente perché noi poi, abbiamo avuto lo statuto e l’autonomia ma, dopo il 48 le posizioni si erano in qualche modo invertite. Questo direi che si verificò nella consulta regionale, (anche se le parti erano abbastanza appiattite, non ci fu una grande differenza), direi che nella consulta la DC era ancora più avanzata rispetto al PCI. C’era una polemica, che non viene mai ricordata, tra Laconi e Lussu che si rimproverano reciprocamente una eccessiva prudenza, una eccessiva timidezza nei confronti dello statuto, Lussu dice brutalmente a Laconi: di che cosa parli,
tu sei stato nella consulta e hai avuto posizioni abbastanza frenanti rispetto alla visione autonomistica, non puoi dire a me che non sono aperto abbastanza. Una polemica che andrebbe rivisitata perché anche a sinistra c’erano posizioni differenti, non erano tutte uguali, il PCI recuperò nella parte conclusiva della fase di approvazione dello statuto, nella fase costituente, una parte di autonomismo che aveva lasciato in ombra per ragioni tattiche e propose quello che sarebbe stato il punto centrale dello statuto, l’articolo 13, con un emendamento dello stesso Laconi e dette allo statuto una componente di modernità, di programmazione, che lo statuto partorito dalla consulta non aveva. Una novità introdotta nella costituente e non una proposta partita dai sardi: quello fu un grosso correttivo. Poi una volta approvata la costituzione, approvato lo statuto e fatte le elezioni politiche generali, l’Italia si assestò in una configurazione politica più stabile, più solida rispetto alle precedenti votazioni che avevano dato vita alla costituente e si delineò immediatamente un nucleo di maggioranza e uno di minoranza. La DC si caratterizzò dopo il 48 più fortemente di prima come un partito moderato, popolare secondo l’esperienza sturziana e degasperiana, perché raccolse nella battaglia del 48 una serie di componenti, tra cui forze di destra, apertamente di destra, quindi diventò, nella gestione del potere, nell’amministrazione come dicono gli americani, più attenta alle esigenze delle classi moderate, chiamiamole così, di quella parte dell’Italia che bisognava anche recuperare, in qualche misura, che aveva avuto l’esperienza fascista non condividendola magari fino in fondo, ma che andava portata dentro la struttura democratica. Anche in Sardegna la rappresentanza consiliare della DC probabilmente assunse una fisionomia prevalentemente moderata. Il primo presidente eletto fu Crespellani: era un personaggio noto, sindaco di Cagliari, anche poeta, un personaggio di un certo livello, ma senza quel fuoco politico che, per esempio, aveva Antonio Segni ed altri personaggi del mondo della DC. Portò nell’amministrazione, insieme al gruppo dirigente, una componente di attenta considerazione delle strutture amministrative, degli uffici e degli apparati e alla costituzione di una regione amministrativa, una regione-uffici che in una certa misura, scontava una perdita di tensione politica cioè, non mi pare che all’inizio della vita autonomistica, ci sia stata in Sardegna, non solo nella DC ma anche negli altri partiti, questa grandissima esultanza, questa grandissima tensione autonomistica. Certamente non c’era nella base popolare. Non emerge dalla lettura degli atti e delle cronache del tempo, questa sensazione di esultanza, di partecipazione attiva. La politica era dominata dallo scontro politico vero, non tanto cioè dall’idea della regione, quanto dal confronto ideologico tra le forze in campo, tra DC e PCI, le altre cose furono tutte un pò offuscate da questa grande tensione ideologia; questo era il cuore della politica, non era l’autonomia, la regione. E poi c’erano problemi economici, dei quali bisognerebbe parlare, che occuparono il campo e lo segnarono per anni
La battaglia per il piano di rinascita che ha caratterizzato la prima fase dell’autonomia, mirava, in applicazione dello statuto, a sviluppare la programmazione delle risorse regionali in modo propositivo per superare il gap che esisteva tra l’isola e le parti più avanzate dello stato. Quali sono state a suo avviso le caratteristiche della programmazione in Sardegna e quale incidenza hanno avuto sul superamento, se vi è stato, dell’arretratezza dell’economia sarda?
Nello statuto fu inserito dalla costituente l’art 13 che definisce una metodologia. Definisce intanto un obbligo per lo stato di intervenire positivamente per operare ai fini di una vera rinascita dell’isola e lo definisce in termini di cooperazione organizzata. Questo articolo nacque da una storia un po più lontana un po’ più lunga della quale se ne parla ogni tanto, se ne è parlato anche recentemente da parte dei sindacati. La CGIL nazionale nel 1950, guidata da Di Vittorio, aveva organizzato in tutta l’Italia meridionale una campagna… una rivendicazione… una grande lotta per il lavoro, per l’occupazione, ed in Sardegna questa campagna si caratterizzò per l’aggancio, geniale, politicamente nuovo, creativamente originale, della battaglia per l’occupazione alla battaglia per l’art. 13. La differenza tra le manifestazioni di oggi e quelle del 1950 è che la battaglia sindacale diventò battaglia politica. Immediatamente dei soggetti politici, il partito comunista, insieme ai socialisti ed una frangia del PSd’A in particolare Lussu, presero la bandiera della CGIL della battaglia dell’occupazione e ne fecero una bandiera politica, una rivendicazione generale di intervento dello stato, in cooperazione della regione, per lo sviluppo economico e quindi per l’occupazione. Questa roba rimase a lungo tra le ceneri, non fu colta immediatamente l’importanza e chi gestì questa questione fu in particolare il gruppo dirigente del PCI, soprattutto Renzo Laconi, che fu il relatore del convegno del 1950 a Cagliari, che individuò nella nascita della Regione l’elemento centrale della questione regionale sarda, e anche della questione sarda, e anche della questione economica sarda e ne fece l’elemento centrale della politica. La DC era chiaramente in ritardo su questo punto, non aveva colto l’importanza. Eravamo coinvolti in Sardegna in una serie di lotte molto dure: l’occupazione delle terre; le miniere; la crisi casearia; la crisi sugheriera. Cioè una serie di crisi che tornavano nel calderone del congresso del popolo sardo. La DC però era più preoccupata delle tensioni sociali, era più preoccupata di fare il pompiere, soprattutto per l’occupazione delle terre, (che era una questione che coinvolgeva tutti i territori agropastorali), cercava di limitare le tensioni sociali, era un partito interclassista, di composizione dei conflitti e temeva che questi degenerassero, in qualche misura, in atti di violenza. Non dimentichiamoci che era il 1950, e ci volle tempo per arrivare ad inserire il tema della rinascita, nell’ordine del giorno della politica come punto centrale. Però questo cammino fu fatto, si arrivò molto avanti, come tutti sanno bisognò arrivare agli anni sessanta per l’approvazione del piano. Da Sassari, il gruppo dei giovani turchi, che prese la maggioranza nel 56, fece immediatamente di questo punto il terreno di qualificazione politica e si adoperò perché si uscisse, in sede regionale, da una condizione politica centrista fortemente segnata da un atteggiamento prudente e moderato e, con l’insediamento della giunta Corrias del 58, iniziò la vera battaglia istituzionale in sede regionale per l’approvazione della legge. Venne creato l’assessorato alla rinascita, assegnato a un sassarese: Francesco Deriu. Ci furono tante assemblee, degli studi, una preparazione lunga, troppo lunga, defatigante, ma si arrivò alla legge. Io me ne sono occupato molto, come dirigente della DC e come presidente della commissione programmazione della Provincia. La Provincia istituì una commissione speciale che fece uno studio sulle zone omogenee, me ne occupavo come direttore del nostro giornale e, diventato consigliere regionale nel 1961, anche come componente della commissione che fece la legge di attuazione del piano in sede regionale. La nostra posizione era in linea con una teoria economica di allora, non dico keinesiana ma c’era l’esperienza roosveltiana del Tennesse, c’era stato un esperimento un po’ particolare, c’era tutta una serie di teorie sullo sviluppo di diversa origine ma, la tendenza, era di concentrare su un fattore di rottura, di accelerazione, di uscire dalla stagnazione di una economia arretrata e di dare un impulso forte, in modo che il meccanismo si autoalimentasse. Eravamo nel mondo, non fuori e ne subivamo le tendenze, per cui il passaggio fondamentale non lo fece la politica regionale, lo fece il gruppo di lavoro che aveva sostituito il precedente comitato, durato tre anni. Dopo, quando si fece l’azione politica per ottenere l’intervento dello stato, venne creato un nuovo gruppo di lavoro che chiuse i suoi lavori in pochi mesi e rovesciò le indicazioni precedenti, che erano tutte di tipo tradizionale, cioè piani di settore, un equilibrio gradualistico. Invece il secondo gruppo, che fece il rapporto finale, disse con molta chiarezza: ci vuole l’industrializzazione. Fu il suggerimento degli esperti, non tanto una scelta politica e divenne l’elemento centrale dell’intervento della programmazione. Mentre prima il ruolo dominante era stato assegnato all’agricoltura, il secondo rapporto, il rapporto conclusivo, quello che fu alla base delle scelte regionali, disse con molta chiarezza che la via della trasformazione, dell’economia e quindi della società, passava inevitabilmente attraverso l’industrializzazione. L’industrializzazione fu quindi l’elemento quasi centrale, cioè nel senso che il piano, come fu fatto materialmente, non era per uno sviluppo squilibrato, solo industriale, ma per uno sviluppo che prendesse in considerazione tutti i settori: l’agricoltura; il terziario; il commercio; i trasporti; l’energia (in particolare l’utilizzo del carbone), una serie di cose che un po’ si dimenticano nella polemica che c’è stata dopo. Era un piano equilibrato dove l’industria occupava il posto che, in tutte le economie moderne, ha il settore centrale, quello che ha più valore aggiunto, che può assorbire la popolazione attiva che esce dal lavoro agricolo. Noi avevamo una percentuale del 70% di occupati nell’agricoltura, tutte le esperienze del mondo ci portavano a pensare, come è poi avvenuto, che l’agricoltura non poteva tenere un esercito di popolazione attiva di quelle dimensioni, che doveva scendere drasticamente al 30%, al 20%, al 10% come oggi, come erano i paesi più sviluppati già allora. Occorre considerare che negli anni in cui venne approvata la legge della rinascita si registrò il picco più alto dell’emigrazione, questo è un fenomeno poco studiato ma andrebbe ripreso. In Sardegna si era sviluppata una forte consapevolezza dello stato di miseria e di arretratezza rispetto ai paesi europei ed i giovani lavoratori, quelli che entravano in età di lavoro nei primi anni sessanta, non erano più persone rassegnate fatalisticamente che la situazione non sarebbe cambiata: credevano, i giovani, credevano fortemente che il mondo sarebbe cambiato, che se non cambiava rapidamente qui, sarebbero andati dove sarebbe cambiato, per provare un altro tipo di occupazione, di dimensione di vita. Questo fenomeno in Sardegna non era nuovo, si era verificato in tutte le altre situazioni simili, (nel periodo della legge Cocco Ortu, per esempio, ci fu una grande emigrazione legata alla criminalità rurale), allora, invece, il picco vero non si registrò prima ma contemporaneamente al piano di rinascita. Nel momento in cui si prospettavano queste opportunità di sviluppo, non c’era la pazienza di aspettare, chi doveva lavorare, doveva lavorare subito: Francia, Germania, Belgio, furono le destinazioni. Questo fatto accentuò l’esigenza dell’industrializzazione in quanto fu chiaro che occorreva fare qualcosa perché, senza grande trust di tempo non aspettando 10 anni che la macchina si mettesse in moto, immediatamente ci fossero delle occasioni di lavoro in Sardegna.
Contrariamente alla vulgata, alla leggenda metropolitana, la scelta dei settori industriali non fu regionale, come è facile capire fu il mercato. Molti credono che noi forzammo il mercato ma al contrario, fu il mercato che forzò noi.
Su questo una piccola chiosa. A nostro avviso ci fu una politica di industrializzazione della Sardegna e del Mezzogiorno che veniva dal governo centrale, che partiva dallo sviluppo delle partecipazioni statali di quel periodo e la politica sarda si adeguò. Ci domandiamo perché, se c’era un piccolo apparato industriale sardo autoctono che poteva essere aiutato e sviluppato, non interveniste su quello visto che proprio in quegli anni inizia il suo declino, quali furono le ragioni delle vostre scelte?
Nel 1966 cambiai assessorato, divenni assessore all’industria e fui testimone e protagonista perdente del tentativo di salvare l’apparato industriale, che era fatto di industria mineraria, per la gran parte, di industria alimentare, mulini e pastifici, di industria casearia di vitivinicolo e di sugheriera. I settori portanti erano questi. L’industria mineraria crollò quasi immediatamente, noi fummo costretti negli anni sessanta a fare l’ente minerario sardo, metterci sulle spalle le miniere spendendoci un sacco di soldi, praticamente fallendo, perché nel frattempo non c’erano più le risorse. Erano esaurite le materie prime, la Pertusola andò via non perché aveva cambiato opinione ma perché le miniere erano esaurite. Per alcuni anni pensammo di salvarle ma non ci siamo riusciti, l’industria molitoria e pastaia entrò in crisi nel momento in cui lo stato abbandonò la politica delle tariffe, dei prezzi amministrati. Il pane e la pasta erano a prezzo amministrato, praticamente, nel momento in cui si liberalizzò il mercato del pane e della farina ed entrarono in campo i grandi gruppi nazionali, tutta la struttura produttiva sarda crollò. Noi li abbiamo aiutati in tutti i modi, ci hanno condannato dalla corte dei conti per aver ritardato la richiesta di un pagamento dalla ditta Sassarese. Come giunta regionale, avvenne quando ero presidente, usammo la legge 22 che era stata elaborata dai sardisti per sostenere l’industria, con contributi sul fatturato, sull’energia elettrica, per i costi dei contributi sociali, per i trasporti, tutta l’industria sugheriera e l’industria alimentare era sostenuta contro le tendenze del mercato, da questa legge regionale che consentiva di sostenerla. Questa legge fu messa sotto accusa nel momento in cui cominciò ad operare il mercato comune, una industria sugheriera nazionale, attraverso il professor Barile, illustre costituzionalista, venne qui e disse: o la smettete o noi vi portiamo in giudizio. Comunque, aldilà della cessazione dei sostegni, questa industria alimentare, che aveva una rete di consumi locali legati al territorio, (ricordo il pastificio Logudoro del signor Oggiano, una persona straordinaria, coraggiosa), non resse a quest’ondata di cambiamento, al crollo del prezzo e soprattutto all’aggressione dei grandi come Barilla. Oggi è rimasto solo Cellino, tutte le altre semolerie e mulini non hanno retto all’impatto ma non perché non son stati considerati e sostenuti, era il momento di cambiamento, nessuno dei sardi, resse a questo scontro, non fu la politica regionale che determinò il crollo.
Noi eravamo in un periodo in cui l’intervento pubblico era considerato la norma, salvifico in qualche misura, quindi teniamo conto che l’iri, l’Eni, l’Egam, tutte le partecipazioni statali occupavano settori strategici, alcuni in forte ammodernamento, ad esempio la siderurgia, altri in forte espansione, come l’ENI che era entrato nel gioco del petrolio ed era in fase di forza espansiva, sembrava inarrestabile. Una volta che si decise in campo nazionale e regionale di portare l’industria al centro dell’attenzione, il ministero per il mezzogiorno e la cassa, che era lo strumento fondamentale, non si limitarono più ad intervenire con le dighe, con i canali di irrigazione, con gli ospedali, le scuole o strade, (noi abbiamo centinaia di strade costruite dalla cassa, tutte le strade che attraversano il Marghine ed il Goceano ad esempio sono costruite dalla cassa , questo dimostra il nostro ritardo nella concezione dello sviluppo, nessuna popolazione locale chiedeva la strada di comunicazione veloce, tutti chiedevano di realizzare i vecchi sogni e i vecchi sogni erano che si doveva arrivare in campagna comodamente con qualsiasi tempo. Abbiamo ad esempio la strada Benetutti Nuoro, fatta in maniera archeologia: un vecchio sentiero dove io passavo a cavallo per andare a Nuoro alla scuola media. Mi portavano a cavallo in quattro ore e mezza di strada; con la macchina ce ne vuole una). In tutti i comuni Bono, Bultei, Burgos Pattada, nessuna delle strade della cassa e quelle realizzate dal primo piano esecutivo della regione, sono di comunicazione veloce. A Sassari con il primo piano di rinascita, è stata fatta via Milano, che poi si è interrotta, avrebbero dovuto fare la circonvallazione ma la visione delle cose era quella. Occorre fare un pò di autocritica ma non da parte della politica, questa volta, ma dell’opinione pubblica, per questa domanda che era rivolta a soddisfare bisogni nati e segnati da una storia vecchia, non la nuova storia dello sviluppo. La scelta della chimica in particolare, fu una scelta del mercato, l’espansione industriale italiana era quella e noi siamo stati oggetto e soggetto di questa scelta. Per la verità il piano quinquennale, nel momento in cui si verificò la polarizzazione e il pericolo della rottura del tessuto socio territoriale della Sardegna cioè i due poli Assemini e Porto Torres, introdusse il correttivo delle zone industriali di interesse regionale ZIR. In questa visione di industrializzazione diffusa ed equilibrata, si tentò di introdurre l’elemento dell’industria minore e media a Chilivani, a Tempio, a Macomer, ad Iglesias, a Isili, a Prato Sardo a Siniscola e Villacidro. Dando uno sguardo alla carta della Sardegna, si evince l’idea della diffusione territoriale dell’industria, non quella polarizzata, anche se poi non ha funzionato o ha funzionato relativamente. Oltre l’ente minerario, il piano indicò nella legge istitutiva la formazione di una società finanziaria e fu fatta la Sfirs, che doveva sostenere le piccole e medie industrie della Sardegna, con capitali, assistenza tecnica e credito alle scorte. L’ente minerario si è accollato le industrie minerarie che fuggivano la Sfirs; si è accollato le industrie che nel frattempo fallivano, cosa che succederà anche adesso con la Legler, si accollò Villacidro, che era una industria tessile molto moderna dei fratelli Beretta. Ci rimise l’osso del collo, tanto che dall’esperienza di Villacidro venne fuori il divieto del consiglio regionale a che la Sfirs si accollasse industrie fallimentari e, dopo quest’esperienza, la Sfirs si chiuse in se stessa tanto che non fece più nemmeno la promozione. Questa è la storia industriale che è molto complicata e di difficile lettura.
Alcuni definiscono questa avventura industriale della Sardegna come una catastrofe antropologica, lei è d’accordo su questa definizione alla luce dei risultati?
L’antropologo che la usò per la prima volta voleva dire grande trasformazione, non era in termini di disastro, veniva usata in senso di grande cambiamento, di un impatto forte che rompeva tutti i tessuti tradizionali. Nel caso dell’industria in generale noi, ed io personalmente, la usammo come testa d’ariete per un grande impatto contro la stagnazione, una rottura dell’ambiente stazionario sociale, l’immissione nel tessuto, un po’ sonnolento della società sarda, di elementi di dinamismo perché introduceva la lotta sociale, introduceva il conflitto sindacale, una classe operaia con elementi dinamici molto più forti e rendeva il clima più dinamico. Nella parte specifica, sulla quale si discute ancora oggi in termini negativi, anche per l’influsso di Marcello Lelli e di altri sociologi moderni che hanno fatto propria questa tesi, nel caso di Ottana, che è il caso da antologia, io ancora oggi dico che non riesco a capire quale sia l’alternativa. Se vogliamo che la Sardegna interna non si spopoli, che si integri con il tessuto restante dell’isola, che abbia la capacità di offrire alle giovani generazioni prospettive professionali adeguate alla loro qualificazione di studio e culturali, di prospettiva di vita, alternativa all’industrializzazione non riesco a vederne e l’ho detto tante volte anche a Nuoro. Mettiamo che l’industrializzazione di Ottana sia stata sbagliata anche dal punto di vista settoriale, che non andava fatto il tessile, che andavano fatte altre cose. Ma Ottana è stata indicata dalla Commissione di inchiesta sul banditismo anche dopo che l’avevamo detto noi, Ottana è il baricentro geografico del cuore interno della Sardegna, è stata scelta Ottana in alternativa a Prato Sardo e a Macomer, che sono oggi zone commerciali e che sono nate come Zir, con decreto Soddu. Ottana è a mezz’ora di pendolare da Nuoro, da Macomer, dal Goceano, da Ghilarza e tutto l’Oristanese, dal Mandrolisai e quindi è al servizio di una grande area. Il piano regolatore di Ottana, fatto dall’ENI, tra gli altri obiettivi, aveva quello di conservare la popolazione in casa sua, aveva previsto interventi di edilizia abitativa, lo sviluppo dei trasporti pubblici che assicurava il pendolarismo, questa era l’idea. Purtroppo la realizzazione ha impattato con la crisi petrolifera, con la guerra del Kippur, noi siamo entrati in questo settore nel momento peggiore, queste idee erano illuministiche, se peccavano in qualcosa forse peccavano di eccessivo ottimismo, noi eravamo convinti ed inoltre, per quanto mi riguarda, essendo di quelle zone, avevo interesse che i ragazzi del Goceano avessero un opportunità di lavoro. Quello che è successo dopo nell’industria non è successo solo a Ottana, è successo anche a Sesto san Giovanni, a Milano, a Torino. La crisi industriale, contrariamente all’idea semplicista che era un problema solo di settore, è un problema di modernizzazione periodica, ogni tanto c’è una scossa terribile che mette in crisi tanti apparati tradizionali e che richiede una riconversione, una ristrutturazione. Se avessimo fatto macchine saremmo stati meglio? Nell’industria tessile è meglio? L’industria alimentare è meglio? Non è un problema di scelta di settore, il problema è che non ha funzionato l’integrazione con i settori tradizionali. Questa roba qui che ha funzionato come modello nelle Marche, dove è rimasta l’attività agricola tradizionale e l’industrializzazione, in Sardegna non ha funzionato anche perché noi ci siamo messi a polemizzare contro i pastori che andavano la mattina ad Ottana e la sera in campagna come che fosse una colpa, questo avviene normalmente in alcune parti d’Italia ed è considerato un modello positivo, invece noi secondo la nostra antropologia tradizionale, crediamo che quello stia sfruttando una posizione di vantaggio contro altri. Se la gente ha abbandonato la terra non è un obbligo che gli è venuto dall’alto è una scelta personale ed è anche frutto di questa strana componente che vede sempre la trave nell’occhio degli altri.
Quindi secondo lei è stato un esperimento positivo, un tentativo positivo?
È stato un esperimento che in parte è stato un insuccesso, che ha creato problemi negativi, che ha creato un riflusso ed un ripiegamento su posizioni che a mio giudizio sono pericolose ed illusorie. Io ho utilizzato una immagine forse troppo forte, cioè abbiamo fatto dei sardi travestiti da sardi, per far vedere che siamo sardi ci mettiamo in costume, ci mettiamo a fare i balli e i canti, perché non si può rimanere sardi facendo gli operai dell’industria? dobbiamo diventare per forza ballerini o mamuthones?
Può essere questa la catastrofe antropologica?
La catastrofe antropologica non è questa, la catastrofe vera non l’ha portata l’industria l’ha portata la Costa Smeralda, quella di costume, di mentalità, di atteggiamento nei confronti della vita, non viene dall’industria che è fatica, sacrificio, disciplina, gerarchia, è lotta per avere successo, per ottenere giustizia, per avere il giusto salario. Il turismo è consumo banale di tempo, illusione di parità, di uguaglianza che non è vera, tu sei un servitore umiliato e passivo di quelli che vengono da fuori, ti comandano, tu credi che quelli non sono padroni come i nostri. Il vero modello antropologico alternativo al sobrio e duro modello di vita della Sardegna non viene dall’industria, questa cantonata è drammatica perché sfugge all’analisi antropologica, chi è che ha cambiato, qual è la ragione che ha cambiato l’atteggiamento dei sardi: è l’industria? L’industria ti ha chiesto di esser consumista? Di essere cocainomane? Anche la criminalità che sta nascendo oggi in Sardegna non nasce dall’industria.
Se c’è qualcosa che ci travolgerà definitivamente io credo che sia questa. Se tutta la Sardegna interna si illude, come sembra, nessuno la salva con l’occupazione, con tutti i suoi laureati, diplomati che se ne vanno, si offre come oggetto di consumo. Oggi cosa stiamo facendo? Tutti i paesi si offrono come oggetto di consumo e credono che diventare oggetto di consumo sia la loro salvezza. Io sono furioso. Da questo punto di vista ritengo che sia il modo per vendersi peggiore che si possa avere, non è che io sia contrario al fatto che un turista possa andare a vedere il mio paese, sono contro l’idea di assoggettare il mio paese alla dimensione di persone che fanno solo quello. Facciano quello che devono fare compresa l’ospitalità e la mensa, compreso tutto, senza che questo diventi il modello della vita e se questo avviene è un disastro, credo che questo sia oggi uno dei problemi nodali della società sarda.
Lei è stato per sette volte presidente della giunta regionale ci può dire, alla luce della sua esperienza quali sono stati i rapporti con il governo centrale e quali i nodi strutturali che eventualmente possono aver inibito la volontà politica sarda, ovvero lo “strumento regione” è stato sufficiente ad esprimere la propria soggettività politica?
Sicuramente no. E’ una delle posizioni storiche consolidate di allora. Oggi c’è questa storia dei governi amici che ha indotto un cambiamento antropologico, politico perché adesso tutti credono che la cosa più importante sia avere un ministro, e non avere la forza politica per ottenere giustizia. Perché ci siamo adagiati su quest’idea che in fondo siano gli altri a decidere sulla nostra sorte. Noi abbiamo sempre avuto relazioni dialetticamente molto precise e quasi di contrapposizione, con rispetto di tutti. La maggiore esigenza negli anni della programmazione, già prima che io facessi il presidente della Regione, era quella di avere la gestione della nostra programmazione e utilizzarla come elemento strutturale della programmazione nazionale. Non abbiamo mai detto di volerci chiudere in Sardegna, noi abbiamo sempre detto: vogliamo contribuire alle scelte nazionali perché siamo consapevoli che le scelte nazionali si riverseranno anche su di noi; vogliamo intervenire cioè sull’orientamento generale della politica nazionale, le scelte economiche e sociali, le scelte delle linee di sviluppo, cosa che poi si è persa, altrimenti la situazione del mezzogiorno non sarebbe nelle condizioni in cui è. Se non si orienta la politica nazionale in termini favorevoli allo sviluppo del mezzogiorno, se non si riesce a orientare la politica europea in termini favorevoli al mediterraneo, noi siamo condannati al sottosviluppo, cosa che puntualmente si verifica anche oggi. La cosa importante non è utilizzare le risorse di cui si dispone in casa, anche se è importante anche per la buona amministrazione corretta e senza sperperi e corruzione, quello che determina la sorte di un territorio, in questo caso dell’intero mezzogiorno, è la scelta delle linee generali: o si orienta lo sviluppo dell’Europa in termini di cooperazione con i paesi del mediterraneo, compresi quelli estranei all’Europa, l’Africa e l’Asia, oppure noi saremo sempre periferici rispetto all’asse Parigi, Londra, Berlino. Questo era già così prima. Quello che si è sviluppato in tanti anni di unione europea, quello che non si è riusciti a fare in termini di politica meridionale, è determinato anche dal fatto che le linee di fondo aiutano il nord d’Italia, noi siamo un mercato di consumo, tutto l’apparato industriale italiano e delle relazioni dei servizi, ha la direttrice di collegarsi con Londra, Parigi e Berlino. Anche se sono poi entrate in ballo la Grecia e la Spagna, non possiamo dire che l’asse mediterraneo sia tale da incidere, questo era uno degli elementi che ci doveva, e ci deve spingere anche oggi, a focalizzare l’attenzione non su un isolamento delle nostre scelte, a considerarci capaci da soli di cambiare, ma a capire che se non c’è la coerente politica nazionale ed europea non ce la faremo mai.
A proposito del fatto che sono stato sette volte presidente della regione, in verità io sono stato eletto ma di fatto non me l’hanno lasciato fare. Il giorno che è venuto per la prima volta Prodi a Sassari gli ho ricordato che avevamo avuto un incontro molto polemico, quando lui era ministro dell’industria e io presidente della giunta a proposito dell’industrializzazione della Sardegna. In astratto si può dire chiudiamo tutto, facciamo scelte diverse, cosa volete… Poi però uno dice: noi siamo in Italia; a Venezia chiudono l’industria chimica, a Taranto chiudono le acciaierie, questa è la posizione con lo stato, è sbagliato affidarsi alla benevolenza o all’amicizia perché gli interessi non hanno ne benevolenza ne amicizia.
A proposito di questo: la politica contestativa delle giunte Dettori e Soddu, in che cosa consisteva
Per la verità: dettoriana. E' Dettori che ha coniato questo termine. Lui era molto in anticipo rispetto a questo, lui è stato presidente nel 1965 e subito dopo presidente del consiglio. L’esperienza di Dettori si è chiusa negli anni sessanta, la politica contestativa nasceva da queste considerazioni che abbiamo fatto adesso e dalla personalità di Dettori che era una personalità di sintesi, noi ci ricordiamo solo la prima parte dello slogan ma era politica di contestazione ed accettazione, il secondo termine l’abbiamo lasciato cadere per strada. Io non ho mai adoperato il secondo termine, non ero d’accordo, urtava con il mio squilibrio mentale, però Paolo tendeva sempre alla sintesi positiva, lui sosteneva questa tesi, che forse è la più giusta, di cui possiamo parlare anche dopo: noi dobbiamo contestare le nostre condizioni, che siamo squilibrati, sotto considerati etc, e rivendicare i nostri diritti e allo stesso tempo considerare e accettare che siamo in un quadro di rapporti comuni, cioè siamo la stessa famiglia. Quindi lui dava importanza alla prima parte ma anche molto alla seconda, non era per lo scontro, per un conflitto molto accentuato per cui si va a vedere chi vince, partiamo da questa cosa dialettica per arrivare ad una sintesi comune, lui ci credeva molto e probabilmente aveva anche la personalità ed il temperamento per fare ciò, mentre io non sono capace di seguire con equilibro questa linea.
Nella precedente legislatura vi è stata la novità di Renato Soru che sembrava rinnovare il pensiero autonomistico e modificare il rapporto stato/regione. Quale è il suo giudizio politico su questa esperienza ed eventualmente quali limiti ha riscontrato?
Non credo sia facile dare un giudizio su Soru. La maggiore importanza, il fattore più importante di Soru, non è la sua posizione ideale, nel senso che avesse già un’idea precisa su cosa fosse la regione, il rapporto istituzionale. Soru era importante perché chiudeva una fase confusa e degenerativa dell’autonomia, della vita politica regionale, dell’amministrazione disinvolta e pasticciona e, qualche volta, anche corrotta, di una classe dirigente in declino e di una struttura di partito obsolescente. Un leader che non aveva scheletri nell’armadio, che non aveva passato da difendere, che ognuno di noi ha, e che rappresentava un elemento di forte cambiamento di per se, un imprenditore di successo, popolare, senza vecchi coinvolgimenti nella vita politica, con una dimensione quasi lussiana, non sardista tradizionale, ma di fatto, con questo forte sentimento ed orgoglio identitario che si coglieva immediatamente. Poi, logicamente, le strutture sono più forti delle intenzioni. Non è che per il fatto che uno la pensi in un certo modo e che il sentimento popolare lo sostenga, gli sia consentito automaticamente di fare le cose. Forse lui questo lo ha sottovalutato e le incrostazioni, le resistenze, gli interessi consolidati, i vecchi giochi di partito, le pretese di salvaguardare esigenze di sfruttamento economico, interessi immobiliari, tante cose che si sono verificate, si sono piano piano organizzate e la sua dimensione non è stata sufficiente. Lui forse manco oggi è consapevole dell’inadeguatezza di una persona sola ad affrontare le strutture, e purtroppo, se continua così, finisce che dobbiamo considerare Soru una parentesi. Io spero che non sia così, che si possa riprendere l’avventura politica del cambiamento di orizzonte, di senso, anche perché se dobbiamo stare alle cose che stanno accadendo, oggi stanno tornando al vecchio orizzonte, quello che sta emergendo è che le cose consolidate, le opinioni, i luoghi comuni, persino la difficoltà del cambiamento nell’affrontare l’ignoto, ci porta tutti a ripercorrere i vecchi sentieri. Ma l’ignoto, senza rischiare non si cambia. E’ un rischio che dobbiamo correre, con tutte le riserve, le prudenze che questo comporta ma in questo sta il destino di un popolo. Se no, diversamente, saranno gli altri a decidere, come succede oggi. Non stiamo decidendo noi.
Questa voglia di rinnovamento Soru, da presidente della giunta, la ha concentrata più sulla riforma interna della regione che sulla riforma dei rapporti tra stato e regione, tant’è che ha approvato la statutaria, l’organizzazione interna della regione, senza prendere in considerazione la modifica dello statuto, come mai questa scelta?
Perché Soru ha scontato come presidente la mancanza di precedenti, non ha accumulato una cultura politica storica delle vicende autonomistiche, forse anche la sua cultura imprenditoriale lo portava a pensare che si potesse governare una istituzione complessa, complicata e difficile come la regione con la logica e la tecnica dell’efficientismo aziendale. Per la verità è una deformazione che ha attraversato tutta la politica italiana, perché c’è stata una teorizzazione del comune azienda, della provincia azienda, dello stato azienda. Tante cose che sono state fatte negli ultimi vent’anni, forse dalla fine degli anni ottanta in poi, c’è stata questa idea che in fondo l’amministrazione pubblica è una grande azienda che si può gestire con efficienza, con efficacia, cosa che a me non è mai andata a genio, non credo che sia così, basta aver fatto un pò di amministrazione locale per rendersene conto, ci sono tante cose che entrano in ballo e la cosa è un poco complicata. L’altra idea un po’ autarchica di Soru è che in fondo, credo che questo lo pensi ancora oggi, noi ci possiamo salvare, noi possiamo bastare a noi stessi, cioè che l’importante è gestire bene le nostre risorse, amministrarle con attenzione, destinarle ai giusti impieghi. Questa è un’altra delle cose che non ha funzionato, non perché c’è la globalizzazione ma perché le scelte di fondo che poi orientano le decisioni, sull’uso dei capitali, degli investimenti, lo stile di vita da scegliere, non dipendono da quello che si fa a Cagliari. In parte possono pure dipendere, ma sono all’interno di un quadro più grande, non è che lui non lo sappia, lo sa benissimo ma, probabilmente, sottovaluta il fatto che se cambia l’atteggiamento sulla vita, per esempio, e tu fai una politica di sobrietà e di austerità non ti segue nessuno. Quello è il modello che passa il convento, la televisione, tutti vivono così, tutti si vogliono opporre a Berlusconi, ma Berlusconi ti straccia perché le cose che vengono dall’esterno si sovrappongono al modello che noi abbiamo. Magari come antropologia locale, come razza, come componente etnica, come codice genetico generale, ma che è in via di grande cambiamento e quindi bisogna tener conto che questa roba qui la devi in qualche modo gestire. I giornali non hanno importanza, la televisione non ha importanza, tu pensi che le cose che orientano si facciano a scuola, all’università, ma purtroppo non è così. Questa attenzione alla pedagogia di base che hanno avuto i partiti e che è scomparsa, che non c’è più da nessuna parte… bisognerebbe radicarsi nel territorio: ma che razza di discorsi sono! lo sento tutti i giorni nei giornali e nei telegiornali: la lega è forte perché.. e gli altri cosa sono, non sono radicati nel territorio? I miei deputati e senatori, perché non si vedono mai? Perché non fanno il lavoro che devono fare? Perché i partiti non fanno il loro lavoro? Non è che la lega sia miracolistica, fanno un lavoro che altre volte facevamo tutti. Soru questo però lo faceva. L’altra facia della politica di Soru è che lui non crede, o non credeva, alle grandi avventure ideali come per esempio lo statuto, (questa settimana facciamo un convegno dove c’è lui e Cabras su questo tema). Io sono convinto che l’orientamento materiale, pratico, concreto, non è necessariamente prevalente rispetto all’orientamento ideale, io non credo sia vera quest’idea che si decida solo con la pancia come dicono alcuni, io credo che uno decida con la pancia, ma anche con il cuore, con la fantasia, che ci sia bisogno per la natura umana, di avere un orizzonte ideale di senso, un qualcosa anche di romantico se si vuole: grandi speranze, grandi idee, un grande obiettivo. Che la tua vita non è solo sederti a tavola e avere il pane tutti i giorni.
È questa la grande mutazione antropologica che è avvenuta in generale oggi?
Oggi c’è solo la pancia. Si è perso anche il linguaggio, le cose da dire, per risvegliare la fantasia, l’ideale, di una vita spesa per una causa. Perché la gente non è cambiata, non è possibile che la natura umana abbia avuto questa materializzazione assoluta. l’uomo ha sempre una componente ideale, di offerta di sacrificio, di disponibilità a dare del suo, della sua vita, tutti hanno una componente di questo tipo se no, perché questa esaltazione del servizio civile di questo Bertolaso? Di questi volontari?- anche se ci sono interessi concreti-. Ma probabilmente l’uomo è alla ricerca di uno scopo che lo sollevi dalla materialità della quotidianità, in fondo la predicazione di Soru in alcune cose era questo: le risorse della Sardegna, la storia, l’archeologia, il mare, il paesaggio. Bene o male sono ideali facili, debbo dire che non richiedono quasi nessun sacrificio. E questo forse è l’errore: non vengono radicati, li possono condividere tutti, anche la destra. Le cose ideali neutre, dove non ci rimetti nulla, in fondo sono più facili. Ci sta cadendo anche la chiesa cattolica, per esempio, o le religioni in genere: l’idea che in fondo è tutto dovuto, che la misericordia di Dio ti perdonerà tutto, che non ti succederà nulla, mentre in altri tempi la chiesa diceva vai all’inferno se ti comporti male, c’era anche la pena, oggi la pena non c’è più. Chi dice alle generazioni di oggi che se non fanno qualcosa per gli altri, saranno puniti nel senso morale, immateriale? Non glielo dice più nessuno. Gli si dice: tu hai diritto a tutto quello che vuoi. Questa dimensione è terribile perché condanna i più deboli; vince l’ingiustizia. Invece ci sono dimensioni ideali che vanno perseguite. L’idea per esempio che mi conviene avere una maggiore autonomia, anche rinunciando a un po’ di risorse: se io faccio un discorso così non ne esco più perché è un discorso esclusivamente materiale, è un bilanciamento. Mettere sui due piatti della bilancia: qui ci sta la mia libertà, la mia dignità il mio orgoglio, la mia indipendenza morale ed economica e dall’altra parte ci sta la pancia, il benessere, la sicurezza, non è possibile. Secondo me le cose vanno in qualche misura pesate in modo congruo al tipo di valore che rappresenta la dignità dell’uomo. Perché se tu sei a pancia piena ma sei un disgraziato, sempre un disgraziato rimani; sei dipendente, sei al servizio di un ricco che ti tratta bene ti carezza la notte. E’ questa la dimensione dell’uomo? La dimensione dell’uomo è l’autostima, la mia indipendenza, il mio rispetto da parte degli altri etc. se io penalizzo questo tipo di visione il resto è già perso, a me personalmente non me ne importa quasi nulla del resto, intendiamoci.
Restando sul discorso dei valori, l’autonomia per un certo verso ha rappresentato un valore oggi questo valore è usurato?
Oggi è indebolito fortemente, si capisce che è diventato una cosa di ordinaria amministrazione, per esempio, basta vedere come si comporta questo presidente della regione, ogni volta che c’è una protesta, un focolaio di rivolta. Lui piomba lì e dice: state tranquilli io sono con voi, io piango con voi, soffro con voi, anzi, cosa vi serve? Gli porta l’uovo di pasqua a questi dell’Asinara, a me quest’atteggiamento mi rivolta lo stomaco. Debbo dire che non mi piace non perché non si debba dare solidarietà a chi soffre, a chi ha avuto un lutto, a chi ha una disgrazia, a te si chiede qualcosa di più perché sei il governante, non è che mi serve solo la tua solidarietà umana: è scontata è normale, tu devi fare qualcosa di più e questo qualcosa di più può essere anche impopolare qualche volta. Va a tutti gli scioperi, va a tutte le manifestazioni, dice che i sindacati hanno sempre ragione, ma questo è un progresso per i sindacati? E’qualcosa che li aiuta? Questo è sentimentalismo post moderno, facile da manifestare e da gestire, che Berlusconi trasmete a Cappellacci. Berlusconi va a L’Aquila, va a Napoli, la giunta sarda si riunisce due volte fuori Cagliari con Cappellacci, una volta ad Arzachena, per decidere di aiutare l’aeroporto di Tortolì/Arbatax, (ma come, va ad Arzachena per decidere una cosa che non ha niente a che vedere con la cittadina gallurese?). Lui era di passaggio, doveva andare a La Maddalena, e riunisce la giunta lì e fa un’attività di carattere normale. Va, poi, all’Asinara per decidere la data delle elezioni amministrative. Se vai li fai qualcosa per l’Asinara, per i cassintegrati, ammesso che sia giustificata una giunta peripatetica, che sia utile per qualcuno che la giunta vada in giro per la Sardegna riunendosi un giorno qua e un giorno là. E la gente è contenta, non c’è uno che protesta, ma perché si devono sprecare i soldi pubblici? E’ una svalutazione dello stesso governo; le istituzioni hanno le loro regole, la loro solennità che va rispettata, devo dire che ritengo che questo sentimentalismo strisciante, questa paciosità italiana, sia un grosso danno per noi. Per rispondere alla domanda su Soru e lo statuto: Soru ha scelto di non occuparsi dello statuto e privilegiare la legge statutaria convinto che la battaglia sullo statuto fosse difficile ed è vero che è difficile, e forse ha avuto la preoccupazione di occupare uno spazio che non era suo ma del consiglio regionale. Io, che la pensavo diversamente, in un paio di occasioni gli ho detto di fare una lettera, un messaggio al consiglio regionale in cui gli dice o fai tu o faccio io, e così si è rimasti praticamente cinque anni senza iniziativa.
Lei, in un’intervista pubblicata nella Nuova Sardegna, dove disquisiva sul superamento del concetto di autonomia , ha coniato lo slogan “meno autonomia più sovranità”, cosa intende con questo?
L’autonomia vista nei suoi termini essenziali, semantici, nella civiltà di oggi è un termine inadeguato, tant’è vero che ne viene trasformato il significato in uno diverso, più ampio. Sopravvive come termine, anche se non è più politicamente adeguato, perché non ne abbiamo un altro da utilizzare. La stessa cosa succede però con la sovranità, che è un termine che noi usiamo pensando a una cosa decisiva, che ci mette nelle nostre mani il nostro destino, che ci permette di fare tutto, e non consideriamo che anche la sovranità ha assunto, nella dimensione della politica post moderna, una dimensione un po’ diversa da quella di prima. Allora, lo slogan meno autonomia più sovranità, vuole mettere in luce questi due aspetti e, in secondo luogo, aggiungere che la sovranità non è più autonomia nel senso che verrebbe in mente ma è un ampliamento dell’autonomia e delle competenze. E’ un ampliamento delle cose che posso fare da solo. Più sovranità, nella dimensione della sovranità di oggi, in modo tale che il modello di divisione del potere, di attribuzione della capacità di decisione, sia tale da consentirmi di avere sovranità, magari condivisa con altri, ma che mi consenta di partecipare alla decisione. Io so che la maggior parte delle decisioni, oggi si prendono nella dimensione europea. E’ assurdo che io rivendichi ulteriori competenze autonome, quando so che la maggior parte di quelle cose mi sfuggono comunque di mano e sono solo un esecutore. Piuttosto che preoccuparmi della parte esecutiva autonoma, mi preoccupo della parte a monte, di quella dove si orientano le decisioni. E questo riguarda sia lo stato che il livello europeo. Dove sta la difficoltà nello studiare un modello istituzionale che consenta questo passaggio, dalle vecchie strutture statuali, interstatuali o sub statuali ad una nuova architettura istituzionale, dove la mia dimensione di autogoverno, di autodeterminazione, si realizzi più compiutamente e quindi, che la sovranità, nel senso di sovranità popolare, nel senso di autodeterminazione, autogoverno, sia più effettiva di oggi? Questa è una cosa che va tutta elaborata, non è che sia davanti a noi, come pensavamo prima: dichiariamo l’indipendenza e abbiamo risolto i nostri problemi. Mettiamo che la Sardegna sia come Malta e diventa indipendente. I problemi mi tornano tutti addosso. A parte il fatto che la moneta non è più mia e che la politica estera finisce per essere dell’Europa, una serie di cose finanziarie, bancarie, di politica industriale e agricola, alla fine, riducono moltissimo la mia autonomia. Se questa è la dimensione io, più che seguire il modello dell’indipendenza statuale, devo elaborare una concezione nuova del federalismo: una federazione che abbia unità nazionale statuale, com’era prima, ma che non ci obblighi a rinunciare all’autogoverno e all’autodeterminazione, è una struttura che va tutta elaborata. Ecco perché sono favorevole all’ordine del giorno/voto, a questo gradualismo procedimentale. Perché quella è una dichiarazione di volontà, precisa, nitida, comprensibile, dove si dice: la vecchia struttura non è più adeguata, quello che abbiamo pensato in termini di restituzione alla Sardegna di autogoverno, di libertà, non è più adeguato, dichiariamo almeno il superamento di quel modello e mettiamoci a cercare il nuovo. Io non credo che oggi il nuovo sia disponibile nelle elaborazioni che abbiamo, non si vede, non c’è, siamo ancora fermi all’idea che basta andare in parlamento, portare uno schema di statuto ed il problema è risolto. Non è così, non basta tirare fuori la struttura di uno statuto, noi dobbiamo inserirci in questo grande fiume, in un movimento che c’è, qual è il modello che hanno in testa i leghisti e , Berlusconi? Io non voglio essere sottoposto alle loro decisioni, io voglio decidere per conto mio, per questo credo che dobbiamo fare in fretta, decidere politicamente, ci dobbiamo mettere in movimento, ricontrattare la nostra posizione con l’Italia, e poi con l’Europa. Questo è un problema di volontà politica, almeno facciamo questo tipo di percorso, iniziamo, dichiariamo che siamo tutti d’accordo, lo dicono tutti che è superato il modello che abbiamo , scriviamolo, una volta che abbiamo deciso, che è superato, dobbiamo costruirne un altro, poi io ho una mia posizione, tu ne hai un’altra, i sardisti ne hanno un’altra, il popolo della libertà ne ha un’altra, vediamo quali sono.
A questo proposito cosa ne pensa dell’ordine del giorno/voto presentato dalla Fondazione Sardinia?
Io sono dell’opinione che quello è il primo passo da fare, dichiarare chiusa l’esperienza autonomista, ritornare agli ideali di autogoverno e di autodeterminazione. Poi sarà il popolo sardo a dire se si vuole tenere prigioniero o no, mica lo posso dire io, però almeno un modello glielo devo dare.
Lei pensa che occorre percorrere la strada dell’autodeterminazione, almeno avere il diritto all’autodeterminazione?
Non vedo altro modello, non vedo come si possa fare a conciliare tutte le cose che ci sono in campo. Io ho il dovere di fare una mia proposta, per farlo devo prima dire che è chiusa una fase, che non è il caso di aggiustarla, di metterla in ordine, di riformarla. Ci si può mettere le mani quanto si vuole ma quella non funziona perché sta cambiando tutto, allora, se sta cambiando tutto aldilà di me, cioè non perché lo voglio io, ma perché è questo il processo io, leggo dentro questo processo, esamino quale è la direzione di questo processo, vedo qual è la mia posizione per salvaguardare le cose di cui abbiamo parlato quando ho fatto l’esempio della bilancia, (metter insieme interessi materiali ed interessi generali, ideali), e, se sono politicamente bravo, se ho la capacità mentale culturale e politica, vado davanti al popolo sardo e dico: ci sono tre o quattro proposte scegliete voi. L’importante è che scelga il popolo, perché è lui che deve decidere, il popolo sardo vuole suicidarsi? E io che ci posso fare, non è che posso impedirlo, tocca a me convincerlo che l’interesse generale, la sua dignità, il suo prestigio, lo deve portare a maggiore libertà, a maggiore giustizia, a maggiore equilibrio. Tocca a me convincerlo, però se non si convince, se siamo ormai asserviti, non è che io mi devo uccidere. Io faccio quello che posso, cerco di fare la mia parte, io dubito che oggi la Sardegna sia ancora libera, è questo il problema numero uno oggi in Sardegna. Occorre che ci sia qualcuno che vada in giro a dirglielo, bisogna parlare con tutti, soprattutto con le nuove generazioni. se stiamo lì a dire: guarda che però… la pensione, e chiaro che a uno gli viene paura e vota Berlusconi, non ci vuole molto a capirlo.
Secondo lei quindi questo, e credo che sia una cosa abbastanza condivisa, è uno degli ultimi momento in cui il popolo sardo può dirsi soggetto od oggetto del proprio destino?
Forse se ne presenteranno anche altri ma questo è il momento di grande cambiamento. Io dicevo a Guido Melis, l’altro giorno, che non si può essere molto ottimisti il giorno in cui la lega prende il Piemonte e il Veneto. Aldilà delle tattiche di Bossi e Calderoli e di questa faccia nuova che s’hanno messo per prendere in giro, loro sono obbligati dalle cose a chiedere sempre di più, io non voglio essere rivoluzionato da Bossi, io mi voglio rivoluzionare da solo, il sintomo è che si sono candidati qui da noi alle provinciali. Vengono qui ad insegnarti il mestiere, possibile che non si abbia l’orgoglio di noi stessi? Ci dobbiamo far colonizzare un’altra volta da questi? Io… solo questo motivo mi spingerebbe a fare casino, a parte tante altre cose, il rispetto di me stesso, non c’è bisogno che vengano gli altri a dirmelo, tu non hai la capacità da solo di vedere in che stato ti trovi. Secondo me, se c’è un gruppo di persone che vada in giro a dire queste cose, la Sardegna cambia, questa è la mia opinione. Io a Soru glielo sto dicendo da tempo: non perda tempo, alzi questa bandiera, non si lasci fare prigioniero delle sue vecchie tesi, perché quelle ormai, se le sposano tutti perché hanno capito che gli conviene, poi lo spogliano e lo rendono nudo, si metta un altro abito, si metta l’abito giusto, questo lo può fare lui non posso farlo io, se avessi la sua età lo farei io.
In Sardegna iniziano ad affermarsi movimenti che ne rivendicano l’indipendenza statuale. A suo avviso che futuro possono avere e che progresso possono far fare alla “questione sarda”?
Io ne penso bene perché sono un elemento dinamico, magari le loro idee sono idee romantiche esagerate , non concrete, non realistiche , però è una delle componenti che secondo me spingono. Logicamente, quando si fanno le cose di carattere costituente, si incontrano ragionamenti ed interessi, io ho sposato la tesi di un politologo americano che dice che in sede costituente bisogna argomentare e negoziare. Ci sono argomenti ed interessi, loro devono trovare argomenti buoni, noi abbiamo l’argomento di cui stavamo parlando prima, che secondo me è fondamentale, e abbiamo degli interessi quindi, negoziando, si arriverà ad una soluzione. Anche nel popolo ci sono ragioni ed interessi, uno gli deve spiegare che i suoi interessi non confliggono con questo tipo di argomenti che noi abbiamo, noi per esempio, a parte questa cornice di carattere generale, in Sardegna abbiamo problemi interni da negoziare, compresa la struttura della regione, di questa o di quella che verrà, perché il processo di regionalizzazione, che è avviato da tempo, sta spogliando tutta la Sardegna a favore della capitale. La redistribuzione del potere è uno dei negozi che bisogna aprire, una delle negoziazioni che bisogna aprire, se no io lavoro per il re di Prussia e a me non piace lavorare per il re di Prussia. Bisogna dare una dimensione alla sovranità, chi è che è sovrano quando diventeremo sovrani, io o Zuncheddu? Se comanda solo Zuncheddu la sovranità a me non piace. Unione Sarda, Videolina e Radiolina, alla fine sono loro che comandano mica io, questo rientra nella potestà che tu dovresti avere nell’organizzare la comunicazione contro il monopolio, la sovranità in casa dovrebbe portare anche a dire se tutta questa baracca, che poi è quello che condiziona l’uso effettivo, deve rimanere così o cambiare. Questo è uno degli elementi perché se no stai lavorando per il re di Prussia come dicevo prima, è complicato però avviamolo il discorso e vediamo cosa succede. Secondo me ci sono le condizioni per aprire questo dibattito nella società sarda. Se tutti stanno lì a dire: il consiglio regionale, il regolamento, non prevede l’ordine del giorno/voto, - l’ha detto Felicetto Contu - ma chi se ne frega, c’è nello statuto, lo statuto varrà più del regolamento del consiglio - ma sai non può funzionare - ma fai quello che ti pare, io non ci sono in consiglio regionale, ma che uno si fermi a causa del regolamento del consiglio per un problema di questo genere… questo è il problema, che non abbiamo il coraggio di fare le cose
Abbiamo un problema di classe dirigente in qualche modo?
Ma ci saranno quattro o cinque persone capaci di rompere le palle. Non è che si sta chiedendo che ci siano milioni di persone, bastano poche persone che si mettano in testa di fare questo e poi una volta che tu hai la bandiera basta alzarla, non so perché Soru stia perdendo tempo, forse l’azienda, alla fine uno poi si ferma, è lui che deve decidere non è che uno gli sta addosso tutti i giorni.



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