VERITÀ E COMUNICAZIONE È per i governati - non per i governanti - il giornalismo indipendente ANCHE IN SARDEGNA di Pier Giorgio Pinna*

  

  

Dal generale al particolare

PRIMO FLASH. Con una premessa. Nella comunicazione in Italia esistono regole che spesso discendono dalla Costituzione e indicazioni più specifiche, come le norme sul diritto di opinione, le Carte professionali dei doveri e così via. Poi ci sono altre regole non scritte: una di queste è che non esistono notizie in senso lato, ma soltanto notizie verificate. Incrociando le fonti, redattori e foto-tele-reporter cercano di dare una rappresentazione della realtà quanto più vicina a contesti attendibili. “Cercano di definire ciò che succede”, insomma: perché d’acchito, nel sistema d’informazione, in un modo o nell’altro, si fa riferimento alla cronaca. Nella legge istitutiva dell'Ordine di categoria viene evidenziato come ogni giornalista sia tenuto alla “verità sostanziale dei fatti”. Concetto che però, da subito, dice quanto la verità assoluta sia sfuggente. E spiega come non si possa sempre ricostruire tutto nei dettagli. Specie in situazioni mutate rispetto al recente passato. Per quali motivi? Per tanti fattori. In brevissimo tempo sono cambiati i mezzi di produzione: dal “piombo” e dalle macchine per scrivere si è passati in modo vorticoso al “freddo” e ai computer, sino a Rete e intelligenza artificiale. Al sistema di stampa+radio ne è subentrato un secondo, esteso alla televisione. E poi un terzo, ancora più ampio, allargato a internet. E a questo terzo, l’ultimo che conosciamo: un mondo digitalizzato e interattivo, predisposto verso ulteriori trasformazioni. 

 Quattro rivoluzioni in pochi decenni

SECONDO FLASH. Qui si parla di rivoluzioni tecnologiche. E non solo. Pensiamo ai nuovi format televisivi, ai canoni radiofonici del Duemila mixati con le immagini, a social, blogger, algoritmi, server, troll, (ro)bot… In Italia ha contribuito a radicali cambiamenti un grande filosofo del linguaggio: Silvio Berlusconi. Come naturale, ironizzo sulla grandezza votata al far male (per gli altri e agli altri). Ma è stata Sua Emittenza che ha trasferito il marketing commerciale sia nel marketing politico sia nel marketing giornalistico. Così, in molti casi nel mainstream prevalente, gli slogan di poche parole sono andati via via sostituendosi alla complessità dei resoconti. “È più facile vendere prodotti dando un quadro parziale sommario efficace? Facciamolo anche per l’informazione”. “Interessano gli aspetti di carattere formale più che di carattere sostanziale? Occupiamocene, e in fretta”. “Sono importanti l'incisività, l’estetica, le tendenze del momento, le tesi giornalistiche costruite a tavolino? Seguiamole in ogni campo della comunicazione”. In questa maniera quel concetto di verità sostanziale è andato via via rarefacendosi. Almeno in larga misura. E, sempre con le dovute eccezioni, nelle redazioni e tra i freelance è subentrato un meccanismo di lavoro piuttosto condizionante, che domina ancora le pubbliche relazioni mediatiche quasi a qualsiasi livello. Per cui, in genere, non c'è più la separazione degli avvenimenti dalle opinioni, ed è così caduta un'altra delle regole non scritte del giornalismo. La stessa che ha avuto progenitori tra autentici pensatori del Novecento. Come Antonio Gramsci, giornalista ferrato sul piano tecnico sebbene oggi lo si ricordi poco. Il quale raccomandava ai giovani redattori politici che iniziavano a muovere i primi passi tra i banconi delle tipografie di Ordine Nuovo e Unità: “Diamo prima le notizie asciutte: stiamo ai fatti, poi li interpretiamo e commentiamo”.

Nuovi canoni

TERZO FLASH. A che servono quindi i mediatori dell’informazione attualmente? Sul fronte dei partiti secondo i dogmi delle destre (e non solo) se ne potrebbe fare a meno. “È meglio che il politico parli in modo diretto alla gente, magari attraverso un video, un pre-registrato”, dicono in tanti ai vertici del potere. È un modo per eliminare gli aspetti insidiosi per l’intervistato: incertezze espositive, errori nelle citazioni, domande non gradite. Nel frattempo il pluralismo dell'informazione è stato minato dalla presenza forte di non editori. Un caso emblematico è quello di Gedi e degli Agnelli-Elkann. Gli eredi dell’Avvocato, attraverso la holding Exor, che ha 45 miliardi di dollari come fatturato medio annuo, controlleranno ancora per poco Gedi e quindi Repubblica, Stampa, tre radio, diverse testate locali, la concessionaria per la pubblicità Manzoni. Ancora per poco perché in realtà proprio in questi mesi stanno liberandosi di tutto ciò che riguarda la comunicazione tradizionale. Repubblica fu definito in passato un giornale partito e ha conservato per lunghi periodi un’autonomia marcata grazie al fondatore Eugenio Scalfari e al suo primo grande editore, Carlo Caracciolo. All’epoca, dal 1976 all’incirca al 2008-2010, Rep si è sempre distinta per una linea chiara, riconosciuta e riconoscibile, nel campo progressista. Ed è arrivata a vendere più di 400.000 copie, con oltre due milioni di lettori quotidiani, minando il primato del Corriere della Sera. Da allora troppa acqua contaminata è però passata sotto i ponti dell’informazione.

    Bob Woodward e Carl Bernstein, giornalisti del Washington Post, autori dello scoop sullo scandalo Watergate

Dal passato al presente

STRANE CONNIVENZE. Ma all’indomani della successiva gestione diretta di Gedi da parte di Carlo De Benedetti e dei suoi figli, sono successe diverse cose: molte cose negative e si sono affermate direttive finanziarie, più che giornalistiche o editoriali. E oggi non si sa ancora per quanto tempo il gruppo resterà nella costellazione di Exor, secondo le dichiarazioni di John Elkann. Con un fatturato medio pari a meno di un centesimo della holding degli eredi Agnelli, Gedi produceva “appena” 440 milioni di euro scesi nell’ultimo anno a 370. Nel colosso-madre, che tiene rapporti stretti con partner di tutto il mondo, ci sono tantissime multinazionali e poi Stellantis, aziende ex Fiat… Nell’autunno scorso però Exor ha dismesso Iveco. Che da sola valeva un fatturato annuo medio pari a 10 di quei 45 miliardi di dollari sia con i veicoli come camion, furgoni e tir e sia con le produzioni per la difesa in capo al sotto comparto da tempo al lavoro in sinergia con Leonardo, la principale fabbrica nazionale di armamenti e mezzi da combattimento. Gli Elkann hanno venduto all’indiana Tata la parte commerciale - pare per 12 miliardi - e allo Stato italiano - per 1,7 miliardi - Iveco Defense. Adesso, infine, si apprestano a formalizzare la cessione delle radio e di Rep a un gruppo greco. Mentre La Stampa potrebbe andare in via definitiva alla Sae, finanziaria sua partner, recente proprietaria di alcuni giornali locali e della maggioranza azionaria della Nuova Sardegna. Difficile pensare che in tutti questi anni le direzioni delle testate sino a quel momento sotto il coordinamento di Gedi non abbiamo risentito su guerra e pace, manifatture e risorse energetiche, clima e ambiente delle politiche generali della Exor. Company mobilitata per fabbricare armi, auto e veicoli industriali oltre che impegnata in una sterminata quantità d’investimenti finanziari su scala internazionale ben differenti dall’editoria. 

Proprietà dei media ai raggi X

BUG E FAKE. In Rete, nei labirinti della comunicazione interattiva, il sistema è fragile. E attaccabile. Specie sul reale pluralismo informativo. Se si eccettuano Telegram, Spotifay e poche piattaforme online, appartengono a company Usa tutti i principali mezzi di comunicazione popolare che si riescono a consultare in Italia per ragioni legate alla lingua o ai server. In tante vicende il fumo mistificante oscura addirittura le informazioni sulla disinformazione. Con le connivenze di non pochi comunicatori. Da qui copia incolla, omesse citazioni delle fonti, facili cadute in ogni sorta d’inganno. E le false news sono pietre anche nei passaparola. Tanto che tornare indietro da cortocircuiti del genere non è semplice. Ovvio, poi. il significato di certi legami sul piano internazionale per ciò che concerne la democrazia del web. Se in Occidente il capitalismo finanziario consumistico prevarrà rispetto alle consorterie di potere con origini statunitensi che alimentano le guerre aiutate da lobby solo in apparenza contrapposte, si potrà continuare a usufruire di questi social con i limiti e nelle gabbie di restrizioni che Meta e le holding dominanti imporranno in un tempo esiguo, con effetti altrettanto chiari per la libertà di espressione in una logica d’interrelazioni aperte. Se prevarranno invece le seconde società rispetto alle prime, la censura d’intelligence militare mascherata dietro ragioni di sicurezza e/o ordine pubblico farà cadere l’ultima foglia di fico sulla Rete: e il buio su internet, in attesa di luci, rimarrà profondo, per non dire pressoché totale. Così come vana ricerca di una verità che, senza reazioni, rischia di non esistere più neppure ridotta ai minimi termini.



E per quanto riguarda le televisioni? 

BUM! BUM! BUM! Come si giustifica la mancanza di info corrette su norme liberticide e assalti alle regole democratiche? Pochi si pongono il problema di dare una risposta attraverso i programmi tv e i telegiornali. Il perché è presto detto. In Italia, esistono solo tre grandi realtà di rilievo, a conti fatti e al netto di emittenti di secondo piano non in grado d’influire più di tanto sull’opinione pubblica. Se si guarda per qualche attimo il quadro dell'informazione attuale, nel caso dei tg e delle trasmissioni d’informazione in genere ci si trova davanti a una Rai sempre più lottizzata. Nella sostanza: un servizio (in teoria pubblico) in mano al centrodestra. Così, quando gli avvenimenti non vengono più raccontati e mostrati come tali ma filtrati attraverso la lente interpretativa degli esponenti delle forze politiche, fra sapienti “minutaggi” in video e in studio da attribuire a uno e agli altri, non è che resti molto della cronaca effettiva sulle vicende d’attualità quotidiana, Mediaset appartiene agli eredi Berlusconi, ovviamente contigui a Forza Italia. Mentre Sky Italia resta in capo al gruppo Murdoch, La7 è controllata da Cairo, per 25 anni braccio destro del Cavaliere a Publitalia, proprietario di numerose testate e altri canali televisivi. Minori, e di minore impatto, le realtà locali. Nel caso sardo Videolina e Sardegna1, appartenenti al costruttore Sergio Zuncheddu proprietario del gruppo Unione Sarda (e quindi pure di Radiolina). A ogni modo: in genere sussiste un quadro di forza nelle comunicazioni che lascia intuire alla perfezione che cosa è appena successo nei mesi che hanno preceduto il referendum costituzionale sulla magistratura. Prova di democrazia nella quale “il popolo sovrano” ha detto la sua al voto. E lo ha fatto, quasi incredibilmente, al di là di paraventi mediatici, show, siparietti, spettacoli, duelli programmati e messi in onda con scopi diversi dall’informazione pura e semplice.

Giornali comprati e venduti

LE CONCENTRAZIONI. Per la carta stampata gli ultimi 25 anni sono stati al centro di vorticosi giri. Spirali incestuose tra business, partiti, strategie governative, condizionamenti lobbistici. Oggi la proprietà di gran parte delle testate è concentrata in pochi gruppi economici e singoli imprenditori, spesso legati a settori non editoriali. E sebbene molti operatori della comunicazione e altri addetti ai lavori diano al web la colpa di avere provocato il calo delle copie in edicola, non è per niente da escludere che queste ingerenze abbiano provocato effetti a cascata sull’imparzialità delle notizie, tanto da causare a loro volta una disaffezione profonda da parte di tantissimi lettori. In un comparto comunque ancora rilevante per l’informazione nazionale, i principali attori includono oltre Agnelli-Elkann (Gedi), lo stesso Cairo attivo nelle tv (Rcs), Angelucci e famiglia Berlusconi. Il panorama rivive una transizione, con altre cessioni e altri acquisti ancora in corso. RCS MediaGroup (Urbano Cairo) controlla Il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport, oltre a numerose riviste. Fondazione San Raffaele e Tosinvest - con Il Tempo, Il Giornale (ex Berlusconi) e Libero - fa riferimento a Tonino Angelucci, 81 anni: dal 2008 eletto per quattro volte deputato in diverse legislature nelle liste de Il Popolo della Libertà, di Forza Italia e della Lega, come imprenditore opera nella sanità attraverso il Gruppo San Raffaele e ha poi forti interessi nell’immobiliare. Monrif Group (Famiglia Del Vecchio): Leonardo Maria ha di recente acquisito la maggioranza del gruppo che gestisce Quotidiano Nazionale (QN), Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno. Caltagirone Editore (costruzioni e finanza) gestisce Il Messaggero, Il Gazzettino, Leggo e Il Mattino. Il Gruppo Mondadori (Fininvest/Famiglia Berlusconi) è attivo anche con le case editrici Einaudi e  Rizzoli. La Confindustria nazionale è proprietaria del Sole 24 Ore, mentre Il Foglio è riconducibile alla famiglia Mainetti (immobiliaristi). L’ANSA vive sui contributi di tutti gli associati. Infine: l’agenzia di stampa AGI è di proprietà dell’ ìENI, sebbene in vendita. Che dite? Può bastare per comprendere? Soprattutto per capire che, nonostante molte redazioni facciano il possibile per tentare di garantire news corrette, il sistema risente eccome di anomalie. Proprio perché è al centro di fattori esterni e direzioni editoriali in linea con squadre societarie di vertice/guida collegate da un rapporto fiduciario con i padroni della gran parte dei quotidiani. E le testate che costituiscono eccezioni meritevoli di attenzione sono davvero poche: da FQ a Millennium, da TPI all’Avvenire, da La Notizia a Domani, da Left all’Indipendente e pochi altri ancora.

 



Pecunia non olet - Il denaro non puzza 

GLI INTRECCI. L’intera a struttura in Italia evidenzia così un forte legame tra editoria e Palazzi: sostanzialmente, un interesse primario a fare affari col governo di turno, con fitte ramificazioni sotterranee estese ad amministrazioni pubbliche e imprese private locali. In questo senso discorso esemplare a sé - oltre all’entrata in gioco, la fuga repentina e l’addio dorato di John Elkann - va fatto su molte realtà regionali. Dove il pluralismo dell’informazione è spessissimo costretto a battere in ritirata rispetto alla concentrazione di testate e al coacervo di “attenzioni” incrociate fra comunicazione e comparti economici/finanziari di tipo completamente diverso. L’isola non fa eccezione. Da oltre 25 anni L’Unione Sarda che fu di Nicki Grauso è saldamente (e del tutto) nelle mani di Zuncheddu, da sempre vicino al centrodestra, uno dei più importanti imprenditori del Sud Italia non soltanto nell’edilizia. Un suo rivale diretto nel campo delle costruzioni, Maurizio De Pascale, da tempo relativamente breve possiede invece il 22 per cento dell’azionariato dell’altro storico quotidiano regionale, La Nuova Sardegna. E se il proprietario delle quote di maggioranza (51 per cento) del giornale che fu dei Berlinguer e di Caracciolo è oggi Alberto Leonardis, quel patron di Sae amico dei manager di Gedi, un altro 22 per cento fa capo alla Fondazione di Sardegna presieduta prima da Antonello Cabras e poi da Giacomo Spissu, entrambi esponenti di punta del Partito democratico. Mentre il restante 5 per cento è in capo ad AbInsula, società di automotive che oggi è anche il motore della Torres Calcio. Alla luce di queste situazioni si spiegano le posizioni che di frequente i due quotidiani assumono via via sul piano delle linee editoriali nei rapporti con le giunte regionali. Ma anche rispetto a operazioni d’investimento che, di volta in volta, si presentano all’orizzonte isolano: dal settore energetico ai trasporti, dalle relazioni con le piccole e medie imprese del territorio sino alla gestione degli aeroporti e delle aree contigue, dallo smaltimento dei rifiuti alle concessioni pubbliche. E chi più ne ha più ne metta.

Come difendersi

LA RESISTENZA. L’esito del referendum costituzionale ha mostrato che, nonostante i blocchi di sistema di un’informazione largamente schierata a favore del SÌ e del centrodestra, l’elettorato continua a conservare ottimi strumenti di tutela individuali. Ed è perciò in grado di erigere barricate nei confronti della deriva antidemocratica dettata dai padri padroni dei media. Una delle riprove più lampanti in questo senso si è avuta a Orgosolo, con un voto che è stato largamente ignorato dal mainstream e che in altri tempi avrebbe avuto al contrario enorme eco. Nel paese che per decenni è stato coinvolto in centinaia di processi penali, dove quasi ogni famiglia ha avuto a che fare con un ordinamento nazionale non sempre benevolo, in un contesto nel quale “la vendetta come ordinamento giuridico” in passato si è a volte sostituita ai dettami delle aule di corte d’assise, ecco: in un quadro del genere uno si sarebbe aspettato che molti degli abitanti sposassero le tesi del governo Meloni. Invece è successo il contrario: il 78 per cento della popolazione si è espresso contro la riforma, solo il 22 a suo favore. E a rifletterci su il significato è chiaro: la maggioranza degli orgolesi ha preferito schierarsi dalla parte della cultura dei diritti garantiti dalla magistratura italiana piuttosto che fidarsi di una svolta voluta dalla peggiore politica per minare il principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge e per alterare la ripartizione dei poteri statali. Un esempio da seguire, almeno nel campo dell’odierno livello delle comunicazioni. Come? Attraverso nuove forme di protezione collettiva. Se distrazioni di massa, citazioni taroccate e inganni verbali s’intensificano tra canali tv, siti e quotidiani, esistono antidoti per limitare i danni dei veleni di un’informazione in larga misura non più credibile. Un discorso certo complesso, che richiederebbe lunghe spiegazioni. Ma che può sinteticamente ridursi a un’unica contromisura: come lettori, telespettatori, fruitori finali del web dovremmo provare a dare fiducia esclusivamente a chi la merita perché pratica un giornalismo libero che ricerca la verità sostanziale dei fatti. Non è un caso che i depistaggi sulle notizie riguardanti guerre, genocidi, speculazioni, rincari dei generi di prima necessità siano divenuti talmente numerosi da aver provocato reazioni popolari spontanee. Processi inevitabili, dato che - giova ribadirlo - le proprietà di gran parte degli organi d’informazione e dei social è nelle mani di pseudo editori conniventi con politiche autoritarie. Le nostre guide quindi dovrebbero essere tre: senso critico - logica - raziocinio. Insomma: il grigio come colore prevalente rispetto a bianchi o neri.


 
Informiamoci bene e a fondo

AL DI LÀ DI POSIZIONI PREGIUDIZIALI. Perché è più importante conoscere che credere. E perché, per raggiungere l’obiettivo, abbiamo bisogno di news verificate: solo così potremo contrastare i signori degli algoritmi e i loro mandanti. Dando spazio alle contro tendenze. Che, soprattutto su ragazze e ragazzi, fa non maggiore presa grazie a blogger e commentatori autorevoli non soggetti a pressioni. Indispensabile, poi, incrociare i dati con riscontri sulle fonti, sul ricorso a tv, radio, giornali più affidabili. E valutare in ogni contesto “a chi giova” la diffusione di rumor e voci piuttosto che di certezze documentate e argomentate con taglio serio. Tutti insieme, inoltre, dovremmo cercare di stanare coloro che puntano a creare campagne d’odio e a suscitare caos. “Una profilazione economica, sociale, culturale e di orientamento politico permette di diffondere notizie, spesso false, in modo preciso e invasivo, esercitando un’influenza superiore a quella che percepiamo”: così Roberto Bellotti, rettore dell’università di Bari, professore di fisica, che da anni si occupa anche di queste tematiche. Il suo è un allarme su cui riflettere: perché lo sconquasso mediatico è quello che ha fatto porre “due domande delle cento console” durante gli ultimi mesi: 1) è reato diffondere sul web milioni di false identità per tentare di alterare con intelligenza umana i risultati del voto attraverso la IA; 2) è stato o no un crimine informatico sabotare i linguaggi di corretta comunicazione provocando turbative nella campagna elettorale? Una delle strade da intraprendere è allora pretendere il controllo delle comunicazioni rilasciate da politici propalatori di menzogne virali. Altrimenti c’è il pericolo di morire per “annuncite” persistente cronicizzata. Tuttavia, la gente comincia a capire i trucchi. E a evitare con attenzione i tranelli nascosti. Sono i primi squilli di pacifica rivolta. Il segno che si è tirata troppo la corda.

Citazione finale (si può fare a meno di leggerla)

MA È UN INSEGNAMENTO ANTICO. «Quando uso una parola, questa significa esattamente ciò che io voglio significhi... né più, né meno», dice Humpty Dumpty, il grosso uovo dalle forme umane nel libro “Attraverso lo specchio” di Lewis Carrol. Appena lasciato il Paese delle meraviglie, la protagonista Alice prova a replicare: «Il problema è se tu puoi davvero dare alle parole significati così differenti». E Humpty Dumpty: «No, vedi, il problema è solamente sapere chi è il padrone. Questo è tutto» (Through the Looking Glass, 1872). Oggi, però, moltissimi cominciano ad aprire bene tutt’e due gli occhi e la ribellione sociale si rinnova più incisiva. Tentare di portarci in guerra è una possibilità che la gran parte di noi rifiuta senza bisogno di fare riferimento a sondaggi truccati. Sapere che la stragrande maggioranza degli italiani è contraria a nuove spese militari, riarmi, escalation belliche appare altrettanto chiaro sebbene i media prevalenti cerchino disperatamente di avallare le tattichette del governo Meloni. Cercare di minare l’indipendenza e l’imparzialità delle autorità poste a garanzie di tutti i cittadini, e non dei soli “figli legittimi” della politica più inaffidabile, è infine qualcosa che non si è potuto fare senza pagare un colossale pedaggio. Ecco perché, in definitiva, la pioggia di NO in nome del “popolo sovrano” è destinata a spegnere i sogni autoritari. Progetti fatti da fuochi fatui, volatili. Piani vagheggiati da maggioranze apparenti, fuori dalla realtà e dalla storia. Favole nere alimentate da professionisti del “questa vince-questa perde”, come l’Humpty Dumpty di un’Alice precipitata nel Paese dei bari. Lo stesso Paese dove è diventato ormai indispensabile procurade ’e moderare barones e imperatores sa tirannia. 

  

*PIER GIORGIO PINNA, 70 ANNI DI ETÀ E QUASI 50 DI GIORNALISMO

 

 

Commenti