Sarà l’occasione di riscoprire il valore della cultura condivisa, vivendo un evento capace di unire generazioni e sensibilità diverse.
Sarà l’occasione di celebrare un prodotto tipico che racconta la storia e l’identità del territorio, tra sapori autentici e tradizioni tramandate nel tempo.
Sarà l’occasione di ritrovarsi in piazza, lasciarsi coinvolgere dalla musica dal vivo e vivere insieme un momento di festa e partecipazione.
Attimi di paura questa mattina, quando un incendio è divampato all’interno di un’abitazione, richiedendo l’immediato intervento dei soccorsi e delle forze dell’ordine.
Traffico in tilt nelle prime ore della giornata a causa di un tamponamento che ha coinvolto più veicoli, causando rallentamenti e disagi alla circolazione.
Momenti di apprensione nel pomeriggio, quando l’esplosione di una bombola di gas ha scosso un edificio residenziale, rendendo necessario l’intervento urgente dei vigili del fuoco.
Se queste frasi vi suonano stranamente e fastidiosamente familiari, forse avete già capito di cosa voglio parlare. In sintesi: la nuova frontiera del giornalismo. Se non appena vi accingete a leggere un articolo, sulle testate locali, la palpebra comincia rovinosamente a cadervi già alla quarta riga, non appena iniziano ad apparire i caratteristici neretti, che vi “guidano” nella lettura… forse vi siete posti il problema di non riuscire più a leggere, di non riuscire (più) a mantenere l’attenzione su un testo scritto. Ma il punto è un altro: non è – solo – la nostra attenzione ad avere subito un calo, negli ultimi tempi; è anche il livello generale dei testi che ci vengono sottoposti.
E la risposta è solo una: AI – o IA, a seconda della zona geografica in cui vi trovate. Perché quei neretti insopportabili, che affaticano la vista, sono originati, o meglio: generati, da macchine che hanno iniziato a pensare per noi. Macchine che sanno che noi, umani stanchi e spesso vinti dalla vita, non abbiamo più il tempo, la voglia e l’interesse di leggere un articolo da cima a fondo. Ed è facile dare la colpa ai social network, che con la loro strategia de l’économie de l’attention – mi permetto di scriverlo in francese perché è in questa lingua che ho approfondito, di recente, questo concetto – hanno creato il modo di far stare ore e ore le persone a scorrere il dito su uno schermo. Da un lato, l’attenzione è letteralmente catturata dai social, dai loro post, i loro reel, dove si parla di tutto, in cui l’intero scibile umano pare essere a portata di scroll; dall’altro la stessa attenzione cala dopo pochissimi minuti quando si tratta di portare a compimento la lettura di un intero articolo, seppur breve. Perché? Perché gli articoli sono tutti uguali! Parlo degli articoli medi, di una testata medio-piccola, dove i giornalisti sembrano essersi omologati al punto tale da trasformarsi nello stesso giornalista. Un redattore con la stessa voce, lo stesso timbro, lo stesso stile. Ecco: quel giornalista è, effettivamente, sempre lo stesso, visto che la stragrande maggioranza degli articoli che noi leggiamo oggi è scritta con il supporto chiave dell’Intelligenza Artificiale.
Questo accade quando uno strumento utilissimo per sistemare refusi e punteggiature errate, e per correggere in automatico scempi stilistici irritanti alla vista (come, ad esempio: numeri romani scritti in minuscolo; trattini brevi in luogo dei corretti trattini lunghi; E’ con apostrofo al posto dell’accento corretto etc.) viene utilizzato non per supportare ma per sostituire il lavoro del giornalista.
Ecco: per revisionare velocemente ed efficacemente e ripulire i testi dai refusi, l’intelligenza artificiale è di grande aiuto. Usarla per scrivere interi articoli, invece, è deleterio, perché tutti gli articoli così creati hanno uno schema riconoscibile e prevedibile. Introduzione generale/contesto/dichiarazioni e/o descrizioni di appuntamenti culturali/conclusione banale, trita e ritrita, come quelle riportate in cima.
“La gente non legge più”, dicono giornalisti attempati, nostalgici di vecchie glorie, senza rendersi conto che “la gente non legge più…” semplicemente perché non ha più nulla di interessante da leggere, nei quotidiani locali e nelle testate online. Tempo fa, su una rivista di cui sono redattrice, Camineras, parlavo dell’attentato culturale che si cela dietro il cosiddetto “copia e incolla industriale”: ossia, il metodo che consiste nel non scrivere più nessun articolo, e di conseguenza non pagare più nessuno che, quegli articoli, li sappia scrivere, ma attingere agli articoli pronti, e ben confezionati, giunti alle email delle redazioni.
In questo modo, ciò che arriva non è più “la notizia”, ma “l’articolo”. Basta un copia e incolla – refusi ed errori inclusi – e il gioco (al ribasso) è fatto. È in questo modo che ci troviamo a leggere lo stesso identico articolo, che riporta lo stesso testo identico. Ah, il piacere della lettura e della pluralità… Quale ricordo lontano! Oltre al fatto che, a volte, chi vuole mettere mano – mai sia! – a tali capolavori già confezionati (a volte salvati in formati fintamente “blindati” proprio al fine di non essere modificati), non può: per ufficio. Non può, perché “non sta bene” modificare il comunicato stampa giunto da un collega, il quale potrebbe “sentirsi sminuito”, per esempio, se un giornalista fosse colto da un improvviso (e non retribuito extra) senso del dovere di informazione. Parlo di quelle noiosissime cose studiate all’università, nei manuali di giornalismo, dove qualcuno provava a spiegare come dovesse essere scritto un articolo, ma non solo: nei quali si spiegava il motivo stesso della scrittura di un articolo, abbastanza logico, ovvero quello di informare i lettori. E invece? E invece no, non si può fare, nella grande filiera industriale degli anni Venti di questo secolo, perché provare a spiegare dei termini inglesi utilizzati in un testo che si riceve e che si vuole pubblicare – trasformando il testo in un articolo vero – significa, in qualche modo, “sminuire” il collega che non ha pensato di fare la stessa cosa; la permalosità dei giornalisti è ben nota! Quindi, becchiamoci pure definizioni in inglese come se non ci fosse un domani, frasi monche senza articoli – dove l’invito a “fare aperitivo” regna sovrano – e continuiamo a volere l’informazione gratis, a far finta che non serva più a niente la professionalità, perché “tanto c’è ChatGPT” che tiene le redini della filiera (allo sfascio).
Un’ultima riflessione: ChatGPT è addestrata da tutti i documenti che si trovano online: può avere accesso a mole immense di articoli e testi, che gli servono per creare (generare) i suoi testi. Ma se noi, ora, li facciamo creare da ChatGpt, cosa accadrà quando la macchina attingerà da se stessa? Quando si troverà a scavare tra gli articoli – scadenti, banali e schematici che essa stessa ha generato e che andranno a finire nell’immenso archivio da cui si ciberà – che articoli ci troveremo a leggere? La qualità sarà sempre più bassa, i concetti espressi saranno sempre più blandi, le due righe finali ancora più stucchevoli di questo: Sarà l’occasione di ritrovarsi in piazza, lasciarsi coinvolgere dalla musica. Non solo è la morte del giornalismo, annunciata: questa è la morte del piacere della lettura. Un cortocircuito inevitabile, se non lo si frena per tempo.
Che dire, d’altro? Che è arrivato il momento di mettere dei paletti, di smetterla di colpevolizzare il lettore che non legge, e di chiedersi – di nuovo, o per la prima volta – come si scriva. L’alternativa a leggere articoli schematici con le maiuscole in tutte le parole del titolo è quella, molto più gratificante, di impiegare quei quattro minuti a chiederci se il gatto infilato in un cono gelato e ricoperto per metà di panna, che cerca di sopravvivere alle leccate fameliche di altri due fulvi felini, sia o no reale. La risposta è chiara: certo che è “reale”, lo è molto più di certi “articoli di giornale”.
Chiudo, augurando una buona giornata, e buona lettura, a chi ancora sa distinguere cosa è utile e sensato leggere.
Ps: questo testo è stato scritto senza utilizzare correttori automatici e revisioni stilistiche di AI. Potrebbero esserci refusi, o verbi non esattamente “opportuni”. Addirittura, potrebbe esserci una virgola di troppo! Ma è un atto di resistenza intellettuale, e per questo va preso.



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