RILEGGERE MANUEL VÁSQUEZ MONTALBÁN di Loredana Rosenkranz

 

 

 “Autobiografía del general Franco”, di Manuel Vázquez Montalbán, Planeta, Barcellona 1992 (in Italia “Io, Franco”, Frassinelli 1993) stupisce chi ha imparato ad amare Montalbán attraverso le vicende, private e professionali, dell’investigatore anarchico Pepe Carvalho.

Fin dalle prime pagine invece si disvela l’impegno altissimo di un’imponente opera di scrittura - 663 pagine nell’edizione spagnola - percorrendo la quale è possibile rileggere, insieme al personaggio Franco, un universo di comportamenti umani dentro la guerra civile, la dittatura, il post franchismo. L’operazione letteraria del romanzo legittima il rischio di una presunta falsificazione scaturente dall’intreccio tra libere citazioni biografiche ed autobiografiche, documenti e memorie personali, testi e discorsi, tutti, invece rigorosamente autentici e corredati di note, dove la Spagna attuale fa da cornice e supporto critico alla revisione del sofferto periodo storico contenuto nell’opera.

Nel Prologo l’autore introduce l’occasione dell’opera. Ernesto Amescua, editore discendente da una famiglia di editori collaboratori del regime ma figlio di un comunista, propone allo scrittore Marcial Pombo di scrivere una biografia in forma autobiografica di Francisco Franco. Marcial, che ha già pubblicato novelle, opere biografiche e poetiche, proviene da una famiglia proletaria, duramente colpita dalla repressione durante il regime. Egli stesso incarcerato e torturato, ha conosciuto all’Università, alla quale “quasi per miracolo” è approdato, Julio, padre di Ernesto, comunista e oppositore di Franco; da lui negli anni ’50 viene spinto ad entrare, riottoso e guardingo, nella prima cellula studentesca del PCE.

Diventato, alla caduta della dittatura, l’editore di Marcial, Julio gli strappa una promessa di collaborazione editoriale nella impresa riorganizzata, estesa sino alla pensione e vi aggiunge tre milioni di pesetas di ricompensa. Dopo la sua morte, tristissima per Marcial, “come se fosse morta una parte della memoria di me stesso” e problematica perché, ormai arrivato a sessant’anni, si trova in ristrettezze economiche, la fede a quella promessa si pone come tramite morale e di continuità.

Decide di prendere in considerazione, perciò la proposta piuttosto disinvolta fatta da Ernesto di redigere una finta autobiografia di Franco, un testo “divulgativo”, scritto perché i giovani come suo figlio, che non sanno nulla del Caudillo, siano invogliati a conoscerlo, con il trucco letterario di una autobiografia simulata. Dovrà immaginare di essere Franco, anziano e in punto di morte, al quale venga consigliato da una persona fidata di lasciare memoria di sé per i giovani e la Spagna del futuro. Tratterà Franco – lo rassicura Ernesto – con la stessa falsa obiettività con la quale Franco tratterebbe sé stesso. Sarà la prima di una collana di biografie del secondo millennio, nella quale appariranno Stalin, Hitler, Lenin. Ernesto ha presente il vecchio impegno economico preso dal padre con Marcial e lo aumenta munificamente smuovendo i suoi scrupoli di antifascista ancora ferito: 2 milioni di pesetas di anticipo, in conto a diritti di autore, tre alla consegna dell’originale e la garanzia di una prima edizione di 20.000 copie.


Il guadagno sarebbe utile a tamponare i continui tributi chiesti dai familiari in particolare, gli alimenti per la moglie divorziata Lucy e le cure della figlia Angela – Angela come Angela Davis – personalità inquieta e fragile, dal disperato bisogno di stabilità e di cure ospedaliere per la disintossicazione dalle droghe. 

Come scrivere su Franco se si proviene da una famiglia di oppressi da lui, da una storia di resistenza e ricerca di sopravvivenza oltre lui?

Marcial è disorientato: “mi affidano il corpo di Franco sepolto nella Valle dei Caduti perché lo resusciti”, confida al suo alter ego riflesso nello specchio della stanza da bagno, si tratta di resuscitarlo per ammazzarlo e compiere così il sogno di metà Spagna vinta. A seguire, la finta autobiografia potrebbe aprirsi con una delle frasi celebri di Franco Mai mi mosse la ambizione del comando, ma è una tentazione sarcastica che farebbe di Franco la vittima, un martire della sua scrittura, un vincitore da morto. Questo non potrà essere mai!

La scelta allora è per un doppio registro autobiografico. Nel primo, segnalato in corsivo, Marcial scrive come se descrivesse il personaggio storico Franco: sottraendosi alla tentazione denigratoria, riutilizza lo stile autoincensante del dittatore e cerca di restituire la sua narrazione postuma della Storia della Spagna e di sé stesso. Nel secondo compare, in caratteri tondi, a contrappunto delle parole del generalissimo, un’altra narrazione, fatta in prima persona dal personaggio letterario Marcial, che offre la sua visione della storia da oppositore del regime, cita episodi della sua vita personale, le sue sofferenze e quelle di amici, familiari, combattenti antifranchisti e rivolge domande all’uomo storico e perciò mortale Franco, prendendosi così una parziale rivincita su di lui attraverso il potere universale ed eterno della letteratura.

Si tratta di una ardita invenzione narrativa con la quale Marcial diventa scrittore e personaggio del suo romanzo e Franco personaggio letterario senza uscire dalla Storia (come viene ben detto nella quarta di copertina dell’opera edita in Spagna). La consegna dell’editore non è rispettata che in parte, come Marcial scoprirà inaspettatamente dopo la consegna del lavoro.

Ernesto Amescua ha, infatti un’altra visione della Storia, meno morale verso quella del padre e di Marcial e più aderente ai fatti, come un intreccio casuale di causalità, passate e come tali inutili da sanzionare; a suo giudizio, passati cento anni, quando Franco sarà ricordato nei manuali o nei video, non si troverà traccia dei sentimenti, dolori, odi, paure di coloro che hanno sofferto a causa sua e dei quali restano solo rumori confusi. La parte in caratteri tondi, dove sta la vita di Marcel e dei combattenti come lui contro i 36 anni di dittatura, verrà tagliata.

Marcial osserva la cartella con la sua opera al centro del tavolo dell’editore e la vede sgonfiarsi di tutte le anime dell’antifranchismo “per lasciare il generale solo con sé stesso, un Franco par lui mȇme alla maniera della letteratura divulgativa francese degli anni cinquanta”. Consapevole di quella incertezza Ernesto lo induce a pensare agli operatori della storia “obiettivi”, coloro, pensa Marcial, il cui mestiere è diventato riscrivere il franchismo in modo asettico, “che eviti l’odore di sangue e di carogna” e sta per contraddirlo quando l’editore stacca l’assegno non di due, come Marcial si aspettava, ma di tre milioni di pesetas e lo conforta promettendogli un grande successo per il libro, “nei prossimi cinque anni una lettura consigliata agli studenti”. Fallisce anche un ultimo tentativo di salvare almeno le note critiche di personaggi vicini a Franco come Serrano Suñer, cognato e più volte ministro nei primi governi, oppure di oppositori come Hidalgo de Cisneros, comandante della aviazione repubblicana durante la guerra civile e Pilar Jaraiz Franco, nipote del generalisímo, conosciuta durante la Transizione spagnola come la sobrina roja.

Marcial accetta sentendosi incapace di contrastare il vento pacificatore liberato dallo spirito della Transizione democratica postfranchista, cui anche i combattenti più fieri del franchismo - soprattutto i suoi compagni comunisti - hanno ceduto, consapevole che il taglio al suo lavoro rientra nella scelta dell’oblio sul franchismo e con esso soprattutto sull’antifranchismo, “lo sforzo culturale etico più generoso, malinconico ed eroico nel quale resistettero un pugno di donne e uomini”.

In chiusura, l’amaro sarcasmo di Marcial prevede un’apocalissi della storia per colpa degli storici: ogni volta che il cittadino del futuro avrà nelle sue mani un’immagine oggettivata, costruita da manipolatori che distribuiscono le colpe in crudeltà equivalenti e dimenticano il fragore delle armi iniziale e poi continuo della lunga dittatura, espellendo come rumori confusi i gemiti e le grida di rabbia e di terrore che l’accompagnarono, sarà come se Franco emergesse conducendo “uno spettrale bulldozer nero pronto a interrare più profondamente tutte le sue vittime di pensiero e parola, di azione e omissione”.


Dimenticare le brutalità di Franco e dei fascisti del suo tempo significa per Marcial/Montalbán perdere i valori dell’antifascismo e giustamente il sottotitolo dell’edizione spagnola recita: “Una novela que recupera del olvido toda la crueldad de una época”  

 

 

 

 

 

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