Ben 9 pagine sul “Corriere della sera”. In generale, è quasi assodato che dei morti si parla prevalentemente bene ma, nel caso di Umberto Bossi (1941-2026), la quasi beatificazione promossa dai mass media dopo la sua scomparsa sembra fare a pugni con la necessità di una disamina appena attenta di una determinata dimensione storico-politica.
Davvero impressionante è
stato il numero delle pagine che gli ha dedicato il “Corriere della sera” di
venerdì 20 marzo 2026. Oltre alla prima pagina, in cui egli figura seduto su
una sorta di trono, ben 8, dicesi otto, paginoni! A quale uomo politico
italiano è stato mai concesso tanto spazio? Sarebbe davvero interessante in
proposito fare qualche raffronto. Su un giornale di opposizione come “Il Fatto
quotidiano”, Massimo Fini – che lo frequentava – lo ha pressoché celebrato come
un grande leader. Su “Il Manifesto”, Gad Lerner – dopo aver ricordato di essere
stato bersaglio di attacchi antisemiti ad opera di dirigenti leghisti, in
seguito ai quali Bossi si scusò con lui – scrive di avergli “voluto bene”. Ad
una consimile espressione ha fatto ricorso Pierluigi Bersani.
Si è parlato, fra
l’altro, di Bossi come leader carismatico, ma il carisma contraddistingue, lo
sappiamo bene, chi è visto come “aureolato” o quasi: ora, un esponente politico
che faceva uso, più o meno artatamente, di un linguaggio triviale – per
esempio, “la Lega ce l’ha duro”, di qui il “celodurismo” – era davvero munito
di questa dote? Non lo crediamo proprio.
Bossi federalista? Le
ricostruzioni giornalistiche della biografia bossiana non hanno trascurato di
sottolineare l’importanza del suo incontro con Bruno Salvadori, leader
dell’Union valdotaine. A scanso di equivoci va subito chiarito che, nella
visione politica di Bossi, poco o nulla è rimasto di tematiche autonomistiche o
federalistiche in qualche misura connesse ai problemi delle minoranze etniche e
linguistiche: dagli altoatesini ai friulani ai sardi, ecc. Con questi nodi poco
o nulla aveva a che fare il mito della Padania che rinviava, fra l’altro, ad un
federalismo davvero presunto, lontanissimo dall’ispirazione di un Carlo
Cattaneo, autore, non dimentichiamolo, di pagine fra le più lucide sulle
condizioni geografiche, storiche, economiche e linguistiche della Sardegna. Per
non parlare del federalismo di Giorgio Asproni – leader dell’opposizione al
conte di Cavour e autore di un monumentale Diario politico non alieno,
in almeno due momenti, dalla scelta indipendentista – e di Giovanni Battista
Tuveri.
Il progetto di Giancarlo
Miglio – politologo, docente e preside di Scienze politiche nell’Università
cattolica del Sacro Cuore, eletto senatore nel 1994 con la Lega Nord, poi passato
al gruppo misto – delineava una Repubblica federale composta da quattro
macroregioni, una prospettiva congiunta al principio del decisionismo e al
rafforzamento dell’esecutivo. Ma queste macroregioni erano una costruzione
artificiosa, un’invenzione. Bossi
ondeggiò tra federalismo (presunto) e secessione: nel 1995 si aprì presso
Mantova il Parlamento del Nord, assemblea costituente della Padania.
Bossi “rivoluzionario”? Sempre sul “Corriere della sera” del 20 marzo, Antonio Polito ha parlato di lui come di un “rivoluzionario” o di un “eversore”. Ma Bossi si è sempre ben guardato dal mettere in discussione quei meccanismi che, per il tramite specialmente del prelievo fiscale, creavano “scambio ineguale impoverente” – per usare una categoria di John Day, storico franco-americano, grande e sincero amico della Sardegna – ai danni del Mezzogiorno d’Italia e soprattutto della nostra isola: pensiamo ad una lunga e consolidata tradizione di studi cha va da Napoleone Colajanni ad Antonio Gramsci ed oltre. Bossi era così “rivoluzionario” che riprendeva la trita e falsa argomentazione del Sud come “palla al piede” per lo sviluppo di quelle che erano, sono e rimangono le aree più ricche della penisola. Gli fecero eco studiosi come Luca Ricolfi, autore de Il sacco del Nord.
In verità, senza negare
la realtà delle politiche assistenzialistiche, soprattutto dei governi a guida
democristiana – le quali peraltro non investirono solo il Meridione – non
riusciamo davvero a credere che la Sardegna, terra di colonia, abbia
saccheggiato la Lombardia, per fare solo un esempio. Le invettive leghiste
contro i “terroni”, contro luoghi e culture meridionali, furono lanciate anche
da altri ambienti e personaggi come Giorgio Bocca, ex partigiano e giornalista.
Leghisti e sardisti.
I proclami secessionisti e l’istanza del Parlamento della Padania richiamano
l’attenzione delle forze repressive dello Stato: del 1986 è la prima inchiesta
giudiziaria contro la Lega lombarda; la Pretura di Saronno indaga per “vilipendio
alla bandiera” e “associazione antinazionale”. La Lega è attenzionata dalla
Digos. In ogni caso, diverso è stato il trattamento riservato agli
indipendentisti sardi: dalla condanna di Bainzu Piliu – che ha scontato 4 anni
di carcere – all’inchiesta giudiziaria denominata “Arkadia” che si trascina dall'11luglio 2006, con 10 arresti, 44 perquisizioni domiciliari e l'accusa di terrorismo.
Nonostante la diversità
di contesti, di retroterra teorico e politico, dirigenti sardisti ed anche
alcuni indipendentisti guardarono a Pontida come a un luogo di rigenerazione. La
marea montante leghista nelle elezioni – 80 seggi in Parlamento nel 1992, che
nel 1996 diventano 87, grazie al 10,1% dei voti – fu subito salutata dal
sardista Italo Ortu come vittoria di un genuino federalismo. Giacomo Sanna e
Christian Solinas, diventato presidente delle Giunta regionale – videro
essenzialmente nella Lega il tramite per alleanze politiche vantaggiose e
soprattutto per ottenere uno scranno parlamentare. Invece intellettuali ed
esponenti sardisti come Camillo Bellieni e Antonio Simon Mossa, per fare solo
due nomi, non avrebbero mai strizzato neanche l’occhiolino ad una forza
nordista imbevuta di logiche razziste e discriminatorie.
Ricerche e studi su Bossi
e sulla Lega. Diversi autori – come Giampiero Rossi,
Simone Spina, Gian Antonio Stella, Daniele Vimercati ed altri – hanno ricostruito,
più o meno parzialmente, la biografia bossiana: dalle bugie che il fondatore
della Lega raccontava sull’avanzamento dei suoi studi – per conseguire la laurea in Medicina nell’Università
di Pavia – alla sua indubbia provenienza dalla sinistra, al suo antifascismo:
ciò non gli impedì di firmare con Gianfranco Fini, leader di Alleanza
Nazionale, una legge sull’immigrazione, nota come Bossi-Fini. Tuttavia Bossi si
oppose a Fini quando questi avanzò la proposta di voto agli immigrati.
Un capitolo relativamente
a parte riguarda il coinvolgimento della Lega nella maxitangente Enimont; il 7
dicembre 1993 Alessandro Patelli, tesoriere del partito, viene arrestato. Allo
stesso tempo su Bossi indaga Antonio Di Pietro. E il discorso al riguardo
dovrebbe continuare.
Controverso il rapporto
con Silvio Berlusconi – denominato Berluskaz o Berluskaiser, ricoperto spesso
di contumelie – con cui Bossi andò al governo: dopo la prima, comune esperienza
del 1994 – durata ben poco – una nuova alleanza venne stabilita nel 2000; l’11
giugno 2001, Bossi fu nominato ministro delle Riforme nella compagine
governativa di Centro-destra. Anche a questo proposito una ricostruzione appena
attenta non si dovrebbe fermare qui.
Da chi è stato sconfitto Bossi. Matteo Salvini, attuale vice-premier nel governo guidato da Giorgia Meloni, da quando ha preso le redini della Lega ha in pratica rottamato gran parte del retroterra ideologico e i rituali della Padania, con l’obiettivo di dare alla sua formazione politica una possibilità di espansione politico-elettorale sul piano statale. Negli ultimi anni e mesi di vita, Bossi non ha potuto far altro che assistere malinconicamente a questa rottamazione. Salvini è riuscito in questa impresa: dare un colpo definitivo a Bossi; la sinistra italiana, invece, si è sempre ben guardata dal decostruire il castello ideologico bossiano nel suo insieme, limitandosi, di fronte a certi proclami di Bossi, a stracciarsi le vesti gridando: “Vuole minare l’unità nazionale”! Tutto qui: con una tale povertà di idee nella critica e nella lotta politica, Bossi non poteva essere sconfitto. Ci ha pensato il suo successore Salvini che peraltro ha conservato l’armamentario delle logiche discriminatrici – soprattutto contro gli immigrati – inseguendo a destra Fratelli d’Italia.
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